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venerdì, 4 Dicembre, 2020
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Scontro Recovery Fund: l’Olanda avanza, l’Italia attende

Scontro Recovery Fund: l’Olanda avanza, l’Italia attende

 

Nei lunghi negoziati sul Recovery Fund sta prevalendo la linea olandese. Conte si altera ma ottiene poco

 

Dopo riunioni fiume, nottate in bianco e continui rinvii, sembra che i leader Ue abbiano quasi trovato un compromesso sul Recovery Fund. Peccato che tale passo in avanti vada in una direzione non favorevole alla linea del governo italiano.

La novità degli ultimi giorni è la nuova proposta del presidente del Consiglio europeo, Charles Michel il quale, dopo colloqui separati con i singoli leader, lunedì mattina ha fatto sapere che il vertice a 27 avrebbe ripreso lunedì alle ore 16. Diverse fonti durante la giornata hanno affermato che Michel chiederà di ridurre i grants da 400 miliardi a 390 miliardi con un conseguente minore sconto sui fondi europei per i Paesi che ne hanno diritto.

Soddisfatto il primo ministro austriaco Sebastian Kurtz il quale considera un successo la riduzione dell’importo totale dei fondi oltre alla garanzia che investimenti e riforme saranno controllati. Tuttavia l’ostacolo maggiore per l’Italia rimane il muro olandese. Se alcuni dei cosiddetti paesi frugali sembra abbiano ammorbidito le loro posizioni, il leader olandese Mark Rutte al contrario non indietreggia su una serie di condizionalità più stringenti per l’erogazione dei fondi. Rutte inoltre è favorevole al “super freno” di emergenza del Recovery Fund, un meccanismo che permetterebbe a qualsiasi Paese di bloccare i fondi semplicemente sollevando obiezioni al Consiglio europeo al quale dunque rimarrebbe in mano un forte strumento operativo, mentre altri paesi chiedono che i poteri maggiori vengano assegnati alla Commissione Europea.

Nel frattempo tuttavia questo “super freno” è nella bozza di proposta, elemento che ha scatenato l’ira di Conte il quale ha affermato che l’Italia “ha una sua dignità. C’è un limite che non va superato”. Contro il gioco al ribasso dei frugali anche il presidente francese Emmanuel Macron che si è spazientito per l’atteggiamento del collega austriaco durante il vertice. Il governo francese si è detto preoccupato per queste discussioni nelle quali si decide il destino dell’Europa.

Allo stesso tempo alcuni addetti ai lavori si sono stupiti non tanto dell’abilità di piccoli paesi come Olanda, Austria, Danimarca, Svezia e Finlandia di esercitare una sorta di potere di ricatto verso i gli altri partner, quanto dell’incapacità dell’asse franco-tedesco di determinare la direzione dei negoziati. Un’opzione percorribile da parte di Francia e Germania era quella di avviare una «cooperazione rafforzata», uno strumento previsto dai Trattati con il quale almeno nove paesi membri danno vita a un processo di integrazione/cooperazione maggiore in determinate aree anche laddove non ci sia l’approvazione di tutti gli altri Stati. In questo modo si perde la solidità di un compromesso comunitario, ma allo stesso tempo si superano le reticenze di alcuni partner. Così facendo la Germania avrebbe potuto superare l’ostacolo del veto olandese e spostare l’asse verso sud.

Nel frattempo è difficile dimenticare le parole di Giuseppe Conte che a metà maggio considerò la proposta franco-tedesca di 500 miliardi a fondo perduto un primo step “da ampliare”, dal momento che questa cifra si è già ridotta di un quarto.

 

Simone Fausti

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