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    Il Pil cinese risale a +3,9%, ma la Borsa di Hong Kong crolla

    Il Pil cinese risale a +3,9%, ma la Borsa di Hong Kong crolla
    La Cina registra una crescita del Pil del +3,9%, un buon risultato soprattutto in questi tempi di crisi ma sotto l’obiettivo di crescita prefissato per il 2022. Anche l’attività industriale mostra segnali positivi, con una crescita che non raggiungeva questi livelli da febbraio. Eppure la borsa di Hong Kong è crollata in breve tempo, con molti investitori cinesi che sono stati travolti dal panico. Le altre Borse asiatiche sono rimaste invece mediamente stabili.
    In tempi come questi, con tutti gli effetti economici e politici della guerra ancora in corso, la crisi energetica che sta creando non pochi problemi pressoché a qualsiasi Stato, e gli strascichi del Covid (che oltretutto in Cina si sono protratti ancora più a lungo), per qualunque Paese una crescita del Pil del +3,9% sarebbe una buona , se non un’ottima notizia.
    Ma questi dati, comunicati oggi dalla Cina per il terzo trimestre, hanno avuto il sorprendente esito di far crollare la Borsa di Hong Kong. Neanche la buona ripresa dell’attività industriale (+6,9%), la più importante dallo scorso febbraio a questa parte, ha rassicurato gli investitori cinesi che invece sono stati investiti da una vera e propria crisi di panico.
    In realtà dei motivi che spiegano il fenomeno ci sono e, al di là che siano più o meno giustificati, sono più d’uno.
    Innanzitutto la crescita del Pil è sostanzialmente al di sotto dell’obiettivo di crescita annua fissato al 5,5% per il 2022 dal governo cinese, e segnala che ormai, a due mesi dalla fine dell’anno, gli obiettivi auspicati non sono più raggiungibili. Tutti e tre i trimestri di quest’anno infatti sono risultati al di sotto le previsioni di Pechino: 4,8% tra gennaio e marzo; 0,4% tra aprile e giugno, totale dei primi nove mesi al 3%. Il tutto mentre la disoccupazione giovanile resta alta, oltre il 18%.
    D’altro canto il settore immobiliare è in assoluto la prima forma di investimento e di risparmio in Cina, e rimane tuttora impantanato nella crisi del debito con centinaia di migliaia di cinesi che fanno lo sciopero del mutuo, rifiutandosi di pagare le rate per case che non sono state finite. Il circolo vizioso manda quindi in sofferenza le banche e rende scettici gli investitori.
    Non si vede poi una via d’uscita dalla politica sanitaria Zero Covid che sta frenando i consumi interni e sta schiacciando il settore dei servizi. Xi Jinping ha nominato come numero 2 del suo nuovo Politburo il compagno Li Qiang, responsabile della gestione disastrosa della Tolleranza Zero a Shanghai la scorsa primavera: due mesi di lockdown per oltre venti milioni di persone, disorganizzazione e proteste rabbiose e inconsuete per la Cina.
    Per questi ed altri motivi la psicologia degli investitori in Borsa è facilmente influenzata dalla scarsa trasparenza del potere in carica.  Il dato del Pil era atteso martedì scorso, ma il Bureau statistico lo ha rinviato senza spiegazioni, salvo poi addurre ragioni assurde. Quel che resta senza dubbio vero è che l’ossessione di Xi e compagni per lo Zero Covid non sta tenendo abbastanza conto dell’economia.
    Non è accaduto lo stesso invece per le altre Borse asiatiche, con Shanghai e Shenzhen che hanno ceduto il 2% e Tokyo ha guadagnato lo 0,5%.
    Pietro Broccanello

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