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    Rincari carburanti: cosa c’è da sapere

    Rincari carburanti: cosa c’è da sapere
    Il continuo saliscendi del prezzo del carburante di questi mesi non si ferma, determinato dai rincari dovuti alla cancellazione dello sconto sulle accise e dai buoni benzina. Il governo Meloni è intervenuto per fare maggiore chiarezza sui fattori che stanno determinando i prezzi dei carburanti, sulle misure messe in campo finora e su quelle previste per il futuro.
    Il primo fattore determinante sul prezzo dei carburanti è l’abolizione dello sconto sulle accise che pesano sui carburanti stessi. A marzo scorso infatti il governo Draghi, davanti a quotazioni che avevano raggiunto il valore record dal 1996 (complice la guerra in Ucraina) aveva introdotto con il decreto legge energia uno sconto sulle accise, riducendo il prezzo di benzina e gasolio di 25 centesimi al litro, più l’Iva per altri 5,5 centesimi (totale 30,5 centesimi al litro). Il taglio è stato prorogato di mese in mese fino a quando, il 23 novembre, l’esecutivo Meloni con un altro decreto ha ridotto lo sconto fino al 31 dicembre, portandolo a 15 centesimi al litro più l’Iva, per un totale di 18,3 centesimi, e lo ha del tutto azzerato a partire dall’inizio del nuovo anno. Una decisione motivata con il calo dei prezzi del petrolio rispetto a quando lo sconto sulle accise era stato previsto.
    L’aumento medio dei prezzi dei carburanti che si è verificato tra gli ultimi giorni del 2022 e i primi del 2023 è dunque sovrapponibile alla cancellazione dello sconto sulle accise: intorno ai 18 centesimi per benzina e diesel. Lo confermano anche i dati trasmessi il 10 gennaio dal ministero dell’Ambiente, che vede la benzina al prezzo medio di 1,812 al litro con un aumento complessivo di oltre il 10% rispetto alla settimana scorsa quando il pezzo si attestava a 1.644 euro per mille litri. Il gasolio da autotrazione costa in media 1,868  (in questo caso l’aumento è pari al 9,3%). Si nota inoltre che i rincari non sono stati omogenei sul territorio nazionale: è stato soprattutto in autostrada e nelle isole che sono stati osservati gli incrementi maggiori, con diversi sforamenti della soglia di 2 euro al litro.
    La decisione del governo di eliminare lo sconto sulle accise ha dato adito a diverse polemiche, anche se è stato motivato, come detto, dal calo delle quotazioni del petrolio che sono scese sotto gli 80 dollari, il che ha fatto scendere il prezzo alla pompa, nonostante i rincari, molto al di sotto dei livelli di marzo. Di contro, l’embargo al petrolio russo deciso dal 5 dicembre dall’Unione europea, che dal 5 febbraio si estenderà ai prodotti della raffinazione, a partire dal diesel, potrebbe generare altra volatilità. Inoltre bisogna anche considerare che rialzi sono già visibili in questi giorni per le riaperture in Cina e per il cedimento del dollaro. Ma nel contesto italiano non si può dimenticare quanto è pesato il costo degli sconti sulle accise, tornati ora ai livelli pre-crisi: il taglio pieno valeva circa un miliardo al mese, per un totale di nove miliardi di minori entrate nelle casse dello Stato nel 2022. Un sacrificio imponente per un Paese attualmente alle prese con gli impegni per contrastare il caro bollette e con un debito pubblico in aumento.
    È stato questo il principale argomento addotto dal governo per motivare le sue scelte, cioè il rifiuto di tornare indietro sull’eliminazione dello sconto puntando al monitoraggio dei prezzi.  Tuttavia il pacchetto di misure approvato il 10 gennaio in Consiglio dei ministri prevede l’obbligo per i benzinai di esporre il prezzo medio giornaliero nazionale calcolato dal ministero delle Imprese accanto al prezzo di vendita praticato, rafforzando in tal modo le sanzioni in caso di violazione, fino alla sospensione dell’attività che può arrivare fino a 90 giorni. Il controllo si rafforza inoltre con la collaborazione di Mister Prezzi sia con l’Antitrust sia con la Guardia di finanza, insieme all’istituzione di una Commissione rapida di allerta sui prezzi. Si stabilisce infine che nel trimestre gennaio-marzo il valore dei buoni benzina ceduti dai datori di lavoro privati ai dipendenti (al massimo 200 euro a lavoratore) non concorre alla formazione del reddito da lavoro dipendente.
    Pietro Broccanello

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