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Referendum e mobilitazione: rischio ritorsione per il Cremlino

Referendum e mobilitazione: rischio ritorsione per il Cremlino
L’annuncio della mobilitazione (parziale) di circa 300.000 riservisti e l’avvio dei referendum-farsa in alcune zone ucraine occupate dai russi da parte di Mosca non sta avendo molto successo in termini di consenso interno e tantomeno a livello internazionale. Nel Dagestan, repubblica caucasica della Federazione Russa a maggioranza musulmana, sono scoppiati violenti scontri tra polizia e manifestanti i quali protestano proprio per la mobilitazione parziale voluta da Putin: si conterebbero già oltre 100 arresti. Il presidente Zelensky ne ha approfittato per rivolgere un appello alle minoranze che vivono in Russia, riconoscendo che “la gente, in particolare in Dagestan, ha iniziato a lottare per la propria vita” e invitando tutti a ribellarsi contro “mobilitazione criminale” e la guerra voluta da Putin.
Il leader del Cremlino ha alzato l’asticella richiamando più di un quarto di milione di uomini sotto le armi ma rischia di pagare un conto salato. Oltre alle proteste, infatti, il presidente russo dovrà fare i conti con nuove leve poco addestrate. Secondo quanto riporta l’intelligence britannica, molti dei nuovi arruolati non avranno esperienza militare per anni in quanto le forze armate russe ora devono fare i conti con la mancanza di addestratori militari. Il rischio è che al fronte finiscano soldati con una preparazione minima e dunque è probabile un alto tasso di abbandono.
Nel frattempo, anche la Turchia ha annunciato che non riconoscerà i referendum in corso nell’Ucraina occupata. Lo ha riferito alla Cnn una portavoce del presidente Erdogan, ribadendo che Ankara su questo fronte riconosce l’integrità territoriale di Kiev e degli ucraini. Sulla stessa lunghezza d’onda il Kazakistan, ex repubblica sovietica che guarda con timore ogni rigurgito imperialista russo. Come riportato da Rai News, il ministero degli Esteri di Astana non riconoscerà l’eventuale annessione di zone come il Donbass alla Russia, a seguito dei cosiddetti “referendum”, i quali avvengono in presenza di militari armati.

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