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    Donne ai vertici: un viaggio attraverso gli sguardi e le esperienze di ventidue cooperatrici

    Donne ai vertici: un viaggio attraverso gli sguardi e le esperienze di ventidue cooperatrici

    Veronica Ronchi, autrice di Donne ai vertici, è Senior Researcher e Project Manager presso la Fondazione Eni Enrico Mattei. La sua attività di ricerca si è prevalentemente concentrata sulla storia d’impresa e sulla storia economica dell’America Latina contemporanea. Ha insegnato all’Università degli Studi di Milano diverse discipline legate alla storia economica e alla storia della globalizzazione. Autrice di numerose pubblicazioni, ha altresì affiancato all’attività accademica ricerche di etnografia aziendale per grandi istituzioni e gruppi imprenditoriali. Già autrice di “Con la testa e con il cuore. I lavoratori e le lavoratrici nelle imprese cooperative delle Giudicarie Esteriori”, ViTren, 2020 e “La dimensione giusta. Giovani lavoratori nella PMI italiana”, GoWare, 2019, oggi ci presenta il suo ultimo libro “Donne ai vertici. Sguardi ed esperienze di ventidue cooperatrici”.

    Dott.ssa Ronchi, nel suo ultimo libro, fresco di stampa, ventidue donne portano la loro testimonianza come “Donne ai vertici” in imprese cooperative, da cui il titolo dell’opera. Come si è arrivati a questo progetto?

    Il libro “Donne ai vertici. Sguardi ed esperienze di ventidue cooperatrici” è frutto di un’idea tutta trentina, dove le imprese cooperative hanno solide radici e sono una struttura portante per l’economia regionale. Michele Dorigatti, il direttore della Fondazione don Lorenzo Guetti, con cui da anni collaboro, ha proposto il finanziamento di questo libro all’Associazione Donne in Cooperazione della Federazione Trentina della Cooperazione. Da lì è stato selezionato un campione di donne ai vertici delle imprese cooperative, non solo trentine ma di tutto l’arco nazionale a cui si sono aggiunte due ospiti internazionali, e così io ho realizzato il mio lavoro di ricerca etnografica.

    Nella sua introduzione lei scrive che il testo vuole essere un “libro vivente”, cosa intende esattamente?

    Questo libro parte dalla narrazione di storie di vita di donne che hanno intrapreso una importante carriera ai vertici delle imprese in cui operano. La ricostruzione del loro vissuto si delinea attraverso le loro stesse parole. Il parlato, per ovvie ragioni stilistiche, è stato adattato alla parola scritta, tuttavia il testo è il più possibile fedele alle dichiarazioni delle intervistate e mantiene vivo il sistema espressivo proprio di ognuna di loro. Per questa ragione mi piace parlare di “libro vivente”, ossia di un testo che parla la lingua delle persone che ne sono protagoniste. Leggendo queste donne riusciamo quasi ad ascoltale, a scoprire il loro sistema di valori, la loro personalità.

    Nel libro spiega che donne e cooperazione sono soggetti ritenuti da sempre marginali all’interno del sistema capitalistico, ma che un’alternativa è possibile. Quale sarebbe secondo lei?

    È indubbio che nella divisione sessuale del lavoro propria del sistema di capitali, le donne abbiano da sempre ricoperto il ruolo di riproduzione sociale, ossia si siano sempre occupate in maniera prevalente dei figli, della cura degli anziani e dei lavori domestici. Questa immensa mole di lavoro non retribuito diventa estremamente gravosa oggi, dove sono generalmente necessari due stipendi all’interno del nucleo familiare per avere un normale stile di vita. Proprio per il tempo sottratto al lavoro retribuito, le donne hanno oggettivamente meno possibilità di perseguire una carriera lavorativa importante e quindi sono spesso marginali nel mondo del lavoro. Tra le diverse cose che si possono fare per invertire questa tendenza, è necessario cercare di ampliare le alternative al modello di capitali tra le quali si annovera la cooperazione, che per sua natura massimizza l’occupazione a discapito del mero profitto. In questo contesto, dove la presenza femminile è prevalente nella base sociale, le donne potrebbero e dovrebbero trovare l’opportunità di essere maggiormente valorizzate. Viviamo in un mondo dalle profonde disuguaglianze, che la pandemia ha contribuito ad ampliare. L’economia sociale può essere una risposta allo strapotere di alcuni grandi player globali e può contribuire a disegnare un mondo almeno un po’ diverso, meno aggressivo.

    Sebbene si cominci ad intravvedere una prevalenza femminile sempre più significativa all’interno dei processi politici, economici e sociali, tuttavia permangono ancora grosse criticità che anche la pandemia ha contribuito ad esacerbare. Una su tutte – cito testualmente dal suo libro – “l’Italia è sideralmente lontana dalle pari opportunità tra uomini e donne sui luoghi di lavoro”. Cosa si può, e si deve, fare per invertire la rotta?

    Sappiamo bene che in Italia le donne sono più istruite degli uomini, ma quando entrano nel mondo del lavoro notoriamente si trovano ad affrontare discriminazioni di vario genere: percepiscono un salario inferiore e raramente ricoprono ruoli di rilievo. Le donne sono sovente relegate occupazioni subalterne: sono ostacolate nei processi di carriera e si sentono impossibilitate a perseguirli per ragioni culturali. È necessario quindi proporre dei nuovi modelli in ambito domestico, dove le incombenze quotidiane possono e devono essere divise equamente tra i conviventi. Gli stereotipi di genere sono ancora ampiamente presenti, pensiamo solo ai disegni dell’App Immuni, dove la mamma cura i bambini e il papà lavora. È necessario poi partire dall’istruzione primaria per veicolare la consapevolezza delle disparità di genere: non possiamo lasciare le giovani donne impreparate sui meccanismi che governano il mondo del lavoro. È necessario inoltre porre delle forzature a livello legislativo perché la presenza femminile sia garantita in maniera sempre più equa nelle istituzioni e nei centri decisionali. Vedere più donne in ruoli di potere avrà ricadute profonde su altre donne: pensiamo a quanta pressione è stata fatta in questo senso durante la recente elezione del Presidente della Repubblica. I tempi sono evidentemente maturi per superare gli ostacoli di genere ai vertici più alti dello Stato. Infine mi sento di dire che si potrebbe fare una riflessione corale sul fatto che escludere le donne dai meccanismi decisionali impoverisce profondamente il nostro Paese da tutti i punti di vista: ha ricadute sul PIL, sull’innovazione, sulla pluralità di visione. Mi sembra che il dibattito in questo periodo sia fiorente e mi fa piacere aver proposto un mio contributo.

    Cosa ci dice l’esperienza di queste ventidue donne per il futuro e per le nuove generazioni?

    Le esperienze di queste donne spero possano essere davvero utili a chi è già ai vertici, e quindi potrebbe riconoscersi in quei vissuti ed essere altresì stimolata a conoscerne altri, ma anche a chi vorrebbe intraprendere una carriera lavorativa ai vertici di un’impresa ma percepisce spesso grandi ostacoli. La verità è che si può fare ma non è semplice. Queste donne ci mostrano come sono state in grado, attraverso delle strategie e delle scelte mirate, di superare quegli ostacoli. Ognuna a modo suo. Alcune sottolineano il loro approccio pacato ma deciso, altre adottano l’arma dell’ironia, altre ancora si armano di una professionalità così forte da non poter essere messa in discussione. Sono storie straordinarie. Tutte donne che si sono “fatte da sole”, sul campo, senza risparmiarsi. Con grandi ideali, come Valentina Fiore, che a LiberaTerra ha dedicato anima e corpo, perché “non è vero che o paghi il pizzo o te ne vai”, o Graziella Anesi, che non ha rinunciato alla presidenza della sua cooperativa sociale nonostante l’osteogenesi imperfetta, una malattia genetica che la costringe su una sedia a rotelle. Un libro che mi ha emozionato scrivere. Mi ha detto Anna Fasano, presidente di Banca Etica, una frase molto potente che mi è rimasta impressa: “donne straordinarie lo siamo un po’ tutte, ed è un messaggio che voglio dare, perché non ci sentiamo mai abbastanza, ma non è così!”.

    A cura di Micol Mulè

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