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lunedì, 13 Luglio, 2020
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L’economia di una rivolta: il caso Floyd

La morte di George Floyd ha colpito ognuno di noi, vedere un agente della polizia uccidere un ragazzo mettendogli il ginocchio sul collo per motivi futili è veramente assurdo.

Dopo poche ore che il mondo aveva preso coscienza della morte di Floyd grazie ad un video postato su Twitter. A Minneapolis, e poi in tutti gli Stati Uniti è stato un susseguirsi di incendi, scontri, devastazioni e saccheggi di negozi, di battaglie quotidiane portate avanti da uomini e donne che, essendo talmente fuori di sé, fanno temere alle istituzioni di essere pronti a una autentica rivolta.

Quattro poliziotti sono stati colpiti da colpi di arma da fuoco a St. Louis, a Jacksonville in Florida un agente è stato ferito al collo ed è attualmente in ospedale, il corpo di un uomo è stato trovato vicino ad un’auto bruciata a Minneapolis, tre persone sono state ferite da colpi di arma da fuoco e una è morta nella proteste nel centro di Indianapolis, almeno 25 città in 16 stati hanno imposto il coprifuoco, il governatore della California Gavin Newsom ha dichiarato lo stato di emergenza nella contea di Los Angeles. Dall’inizio delle proteste gli arresti, secondo quanto riferisce l’Ap, sarebbero stati 1.400.

Siamo veramente sicuri che tutto questo abbia a che fare con la morte di George Floyd?

Facciamo un passo indietro; a causa del coronavirus negli Usa la disoccupazione procede spedita verso il 20%, percentuale mai raggiunta dopo la Grande Depressione, portando 22 milioni di americani a chiedere aiuti alle banche alimentari e sussidi per pagare le bollette, a vendere la propria casa, a recedere dall’assicurazione sanitaria così da poter avere una fonte di guadagno immediato.

La fascia di popolazione che soffre di più questa ondata di licenziamenti è quella che sotto l’amministrazione Trump ha trovato un lavoro ovvero gli ispanici, gli afroamericani e lavoratori a basso salario spesso impiegati nei ristoranti e nel commercio al dettaglio.

A inizio aprile in Michigan migliaia di veicoli si sono radunati nella capitale Lansing per protestare contro le misure restrittive decise dalla governatrice democratica Gretcher Whitmer issando cartelli con scritto “la libertà persa una volta è persa per sempre”.

Il contesto sociale da cui è partito tutto è il Minnesota, trentaduesimo stato federato degli Stati Uniti, da quarant’anni governato dai democratici, l’ultimo sindaco repubblicano che la città di George Floyd, Minneapolis, ha visto fu Kenneth Peterson eletto nel 1957, dopo di lui la città ha avuto solo sindaci democratici.

L’attuale primo cittadino è Jacob Frey, 38 anni, giovane promessa del Partito Democratico Usa, il governatore del Minnesota invece è Tim Walz, ex militare statunitense che, in una conferenza stampa all’1.30 ora locale, ha detto che in questo momento nella città il numero di poliziotti dispiegati è tre volte quello delle proteste contro la segregazione razziale negli anni 60. “Tutto questo non riguarda la morte di George Floyd, né le diseguaglianze, che sono reali. Questo è il caos” ha detto Waltz visibilmente provato.

“Ci sono persone là fuori che vogliono solo creare conflitti”. “Il nostro obiettivo è di fare tutto il possibile per ripristinare l’ordine”, ha aggiunto Walz che ha imposto il coprifuoco, ordine non rispettato dai manifestanti. Il governatore ha detto che la sua priorità è proteggere le vite e mantenere l’ordine e la giustizia.

Inspiegabilmente l’agente Deral Chauvin, reo di aver commesso il crimine, aveva già collezionato nel corso degli anni numerose denunce per uso eccessivo della forza e, inoltre, era implicato in varie sparatorie mortali ai danni di sospetti che non avevano mai portato a provvedimenti disciplinari nei suoi confronti (ricordiamo che il capo della polizia è il primo cittadino).

La dimensione razziale sembra dunque agire come un innesco per un combustibile rappresentato da tensione economiche preoccupanti dovute all’effetto Coronavirus a confermare questa ipotesi è l’uccisione del poliziotto afroamericano a Okland in California.

Le persone che si stanno fisicamente rivoltando saccheggiando e distruggendo ogni cosa che si trovano davanti non hanno politicamente rivendicato nulla e con ogni probabilità non rappresentano il movimento politico dei Black Lives Matter.

Donald Trump ha definito la morte di George Floyd “una grande tragedia” difendendo “il diritto di manifestare pacificamente” ma ha condannato senza indugi la violenza e i disordini di cui ha incolpato il movimento antifascista e la sinistra radicale.

Secondo Trump la memoria di Floyd sarebbe stata “disonorata da rivoltosi, saccheggiatori e anarchici” lanciando un appello alla “riconciliazione”, ancora Trump, “Attiverò tutte le risorse federali e locali, civili e militari, per proteggere i cittadini rispettosi della legge”, ha avvertito il Presidente, e “se una città si rifiuterà di agire come è necessario per difendere i cittadini e le proprietà dei suoi residenti, dispiegherò l’esercito degli Stati Uniti e risolverò velocemente il problema per loro”.

Di fronte a questo caos politico anche interno al partito democratico dove c’è chi come il governatore del Minnesota appoggia l’idea di schierare l’esercito e chi come il candidato Joe Biden posta foto che lo immortalano mentre incontra e ascolta alcuni esponenti della protesta Donald Trump sta mettendo al primo posto il principio della rule of law.

Il primo dovere di un governo, come disse Margaret Thatcher nel discorso alla conferenza del Partito Conservatore a Blackpool il 10 ottobre 1975, è quello di difendere il diritto, se cerca di scansarlo, vacillare di fronte ad esso o girarvi attorno quando non ci sia convenienza a rispettarlo, se il governo si comporta in questo modo così farà anche il governato e niente sarà più al sicuro: né la casa, né la libertà, né la vita stessa.

Filippo Spagnoli

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