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mercoledì, 30 Settembre, 2020
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Mascherine, fallimento totale del prezzo minimo

Alta tensione tra il commissario Arcuri e fornitori sul prezzo delle mascherine

È trascorsa quasi una settimana dall’inizio della fase 2 ma ancora le mascherine chirurgiche al costo massimo di 61 centesimi, come promesso dal commissario Arcuri (“da lunedì i cittadini le troveranno al prezzo massimo di 50 centesimi più Iva in 50 mila punti vendita, uno ogni 1.200 abitanti”), non si trovano quasi mai.

Alla base della grande sicurezza di Arcuri c’era un accordo da lui firmato con una serie di rappresentanti di categoria, tra cui Federfarma (farmacie), Confcommercio e supermercati, che prevedeva:

a) la vendita a 61 centesimi a pezzo;

b) la garanzia di un ristoro a quei negozianti che hanno già provveduto a rifornirsi a prezzi più alti.

Le cose però non stanno andando in questa direzione, tanto che in alcune farmacie, le chirurgiche monouso si comprano ancora a 2 euro al pezzo. Che cosa è andato storto?

Il presidente di Federfarma Marco Cossolo è il primo che esce allo scoperto. “È da almeno quindici giorni che gli importatori non le consegnano più”, esordisce.

Il motivo è pura economia di mercato: poiché due settimane fa è circolata l’indiscrezione che il governo ne avrebbe mitigato il prezzo, i broker — privi di indicazioni — hanno smesso di lavorare con l’Italia non potendo fissare un costo a loro conveniente.

Prosegue Cossolo: “Quelle con marchio CE non si trovano e non mi interessa sapere la ragione. Quelle importate con autocertificazione non possono essere vendute, nonostante abbiamo magazzini pieni, perché l’Istituto superiore di sanità che deve autorizzarle non riesce ad evadere le pratiche. E infine le mascherine che Arcuri si è impegnato a rendere disponibili non sono ancora arrivate”.

Molti rivenditori continuano a proporle “sottobanco” a prezzi di mercato, oppure a tenerle in deposito. “Stimiamo una ventina di milioni di pezzi stoccata nei magazzini dei supermercati”, riferisce una fonte confidenziale del mondo Gdo.

Tra l’altro c’è anche un paradosso. Le mascherine chirurgiche, calmierate dal prezzo di Stato, vanno in competizione con quelle dette “di comunità”, vendute a un prezzo maggiore e con un potere filtrante decisamente minore.

Questo ha fatto infuriare gli industriali della filiera moda, che, dopo essere stati invitati da Arcuri ormai più di un mese fa a riconvertire o ad ampliare la propria attività, ora si ritrovano marginalizzati e comunque in competizione con uno Stato che ha fissato un prezzo ottimo per il cittadino ma anti-economico per i produttori.

Mercoledì il commissario straordinario Domenico Arcuri è andato su tutte le furie e alle 12 ha convocato d’urgenza una riunione, a cui erano presenti i distributori del settore, Associazione distributori farmaceutici (i privati) e Federfarma Servizi (le coop dei farmacisti), ossia gli stessi soggetti che venerdì scorso avevano garantito di avere in magazzino, pronta consegna, tra i 12 e i 14 milioni di pezzi.

I distributori, a fronte dell’evidenza degli scaffali vuoti nelle farmacie, hanno ammesso di aver sovrastimato il numero delle mascherine a disposizione (“In effetti erano solo 3,5 milioni, il resto è in attesa di certificazione quindi non è vendibile”) e hanno chiesto una sorta di sanatoria per poter consegnare le giacenze non a norma.

L’ammissione e la proposta hanno fatto imbufalire ancor di più Arcuri che ha accusato gli interlocutori di “aver detto bugie allo Stato italiano”, escludendo ogni possibilità di sanatoria e alzandosi indignato dal tavolo. Solo diverse ore dopo Arcuri è tornato a discutere, di fatto ponendo la controparte davanti a un ultimatum: accettare un altro accordo con un nuovo fornitore indicato dal Commissario, mantenendo ovviamente lo stesso prezzo calmierato, oppure far saltare il banco. Nel qual caso, l’idea di Arcuri era di dirottare la vendita delle mascherine a 61 centesimi sul canale delle tabaccherie e dei Monopoli di Stato.

A quel punto, però, anche i distributori hanno avuto da ridire. Per due motivi. Il primo lo racconta il presidente di Federfarma Servizi Antonello Mirone: “Sulla disponibilità delle mascherine tutti dobbiamo dire la verità, perché in base al primo accordo noi avremmo dovuto distribuire anche gli stock della Protezione Civile. Che però non ci hanno mai consegnato”. Il secondo motivo riguarda il ridottissimo margine di guadagno. “Due centesimi a mascherina, praticamente per noi quasi in perdita”, osserva Mirone.

Affidarsi al nuovo fornitore indicato da Arcuri comporta per i distributori un aumento dei costi, perché stavolta saranno loro a dover andare a prendere gli scatoloni nel deposito della ditta o alla dogana, e poi trasportarli in decine di magazzini in tutta Italia. “Noi – dice ancora Mirone – vista l’emergenza, alla fine abbiamo accettato il nuovo accordo, ma la cosa può durare due-tre settimane, non oltre”. Stando a quanto risulta a Repubblica, Adf ha invece preso tempo, non ha ancora deciso se accettare le condizioni del Commissario.

Nel frattempo le ultime introvabili mascherine di Stato sono andate vendute. Nelle prossime ore, con ogni probabilità, la distribuzione farmaceutica piegherà la testa. Oppure Arcuri continuerà senza i farmacisti, affidandosi solo ai supermercati e ai tabaccai. In ogni caso, rimane una certezza: il governo che ha reso obbligatorio il dispositivo di protezione non lo sta fornendo ai suoi cittadini.

Andrea Curcio

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