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lunedì, Giugno 17, 2024
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    Europa: problemi su molti fronti

    Europa: problemi su molti fronti
    Il quadrante orientale europeo vive in queste settimane un momento di attesa (non purtroppo sul piano delle vittime civili e militari e delle distruzioni). Finito l’inverno, si attendono la primavera avanzata e l’inizio dell’estate come i periodi propizi per azioni militari più intense. Le prospettive di discussioni diplomatiche sono al momento congelate in attesa di quegli eventi.
    Vediamo allora quelle che presumibilmente sono le posizioni dei principali attori che si muovono intorno al conflitto in corso. La Cina è l’ultimo attore ad essersi mosso, ma la sua mole ovviamente ha richiamato l’attenzione. La recente visita di Xi Jinping a Mosca e la per ora mancata visita o telefonata a Kiev sembrano indicare che la Cina non voglia (o non sia in grado di) operare come un mediatore imparziale veramente attivo, ma neppure voglia intervenire decisamente a fianco di una Russia in difficoltà. Si muove piuttosto come uno scaltro spettatore che cerca di cogliere i vantaggi della situazione e di promuovere la propria agenda senza esporsi a rischi eccessivi. Il suo piano di pace se da un lato riafferma il principio della sovranità e integrità territoriale degli stati (che alla Cina serve anche per ribadire il suo rigetto delle pretese di indipendenza di Taiwan, considerata parte inalienabile della Cina stessa) non fa cenno dall’altra al ritiro (o almeno ad un avvio di esso) delle truppe russe dalle regioni occupate. Non entra quindi nella questione cruciale per l’avvio di trattative e non mette pressione su Putin. È possibile che Xi abbia invitato il leader russo ad una certa cautela nell’agitare la minaccia nucleare, ma questa non pare un fattore reale in questa guerra (se non per l’esagitato Medvedev). Il non impegno militare accanto alla Russia in Ucraina (ma anche la mancata condanna dell’invasione russa) consentono alla Cina di sfruttare i vantaggi commerciali nel rapporto asimmetrico con una Mosca, che ha bisogno di sbocchi per le proprie materie prime e di importazioni tecnologiche, senza mettere troppo a repentaglio quelli ancora più importanti con l’Europa (e gli Stati Uniti). La questione ucraino-russa è rilevante per Xi, ma all’interno di un ben più ampio terreno di gioco che è quello del rapporto con l’occidente a guida americana e dell’ordine mondiale futuro. Qui semmai un punto interessante per la Cina è se con il suo peso economico possa aprirsi degli spazi tra Stati Uniti ed Europa.
    La Russia di Putin, che con la scelta disastrosa (per la Russia e per il suo vicino aggredito) di giocare le sue carte migliori per ristabilire un suo ruolo di grande potenza territoriale in una impresa bellica che si è rivelata ad altissimo costo materiale e strategico, si trova in una impasse dalla quale è difficile uscire. Dopo il significativo recupero di territori da parte dell’Ucraina con le controffensive di autunno e la sostanziale incapacità delle truppe russe di avanzare se non marginalmente ad est (vedi Bachmut), la strategia russa sembra orientata per ora a consolidare i territori occupati e a puntare su un conflitto lungo che permetta alle sue forze armate di rinforzarsi e nello stesso tempo metta alla prova la tenuta della coalizione occidentale a sostegno della Ucraina. Questa strategia che, nella mente di Putin, gli permetterebbe di presentarsi alle presidenziali del 2024 rivendicando comunque di aver “liberato” un ampio territorio che considera storicamente russo, imporrebbe alla Russia costi pesantissimi per la necessaria trasformazione dell’economia civile in economia di guerra e per l’isolamento politico internazionale che continuerebbe. Sembra però difficile se non impossibile pensare che con Putin al potere la Russia possa scegliere una strategia diversa. Questa richiederebbe non solo il riconoscimento del fallimento di una impresa che ha comportato più vittime russe che ogni altra guerra passata dopo la seconda guerra mondiale, ma anche la sconfessione di tutto un disegno ideologico e strategico.
    Quanto agli Stati Uniti, che guidano la coalizione occidentale, la leadership attuale punta probabilmente ad una conclusione che non arrivi a pesare troppo sull’opinione pubblica nell’anno elettorale del 2024. Contrariamente a quanto viene spesso affermato da Mosca gli Stati Uniti, che vedono la Cina come il loro principale competitore a livello mondiale, non hanno interesse ad un crollo drammatico della Russia, ma più limitatamente a riaffermare il loro ruolo di protettore dei paesi europei nei confronti di mire imperiali russe. Come emerge tra le righe da varie dichiarazioni di alti esponenti dell’amministrazione Biden gli Stati Uniti premono sull’Ucraina per una controffensiva in tempi rapidi che, se di successo, apra la strada ad una soluzione negoziata che comporti una sostanziosa ma non necessariamente totale ritirata della Russia.
    L’Ucraina, infine, non è certamente disponibile a negoziare oggi, dopo enormi sofferenze e sacrifici, una soluzione che confermerebbe la perdita di una parte così grande e strategicamente importante del suo territorio. Poiché difficilmente ha da guadagnare da una lunga guerra di attrito punterà ad una controffensiva massiccia per tentare di far arretrare significativamente l’occupazione russa. Ma probabilmente temporeggia rispetto ai suggerimenti americani per ottenere il massimo di risorse militari dagli alleati in modo da aumentare le sue chances di successo, conscia che un fallimento avrebbe esiti politici disastrosi. Se questo è il tavolo di gioco dobbiamo aspettarci in una data non ancora definita di questa primavera o inizio dell’estate l’avvio di una forte controffensiva ucraina. Se avrà un successo significativo, che comporti una ampia riconquista dei territori meridionali del Cherson e della Zaporizhzhja, la cui perdita ha fortemente limitato l’accesso al mare dell’Ucraina, questa azione costringerà la dirigenza russa ad un riesame profondo della operazione speciale che sinora, schiacciata sulla fedeltà a Putin, non ha osato affrontare. Se invece non riuscirà o sarà molto parziale la guerra si incancrenirà. In entrambi i casi, dopo questa fase potrebbero acquistare un ruolo maggiore iniziative (non facili certamente ma necessarie) volte a trovare un accordo di pace o armistiziale tra le parti in guerra. Sia la Cina che il Vaticano potrebbero dare un contributo.
    A questo fine sarebbe importante che anche l’Unione Europea unitariamente cominciasse a sviluppare le sue idee anche perché la fine della guerra richiederà di elaborare degli assetti di pace non troppo fragili nel nostro continente. La gravità della questione ucraina (rispetto alla quale la leadership americana ha un ruolo dominante) non dovrebbe far dimenticare all’Unione Europea che ci sono altri fronti di crisi di primaria importanza per lei e sui quali potrebbe avere un ruolo significativo. L’accresciuto flusso di migranti irregolari attraverso il Mediterraneo di questi giorni dovrebbe far uscire i paesi dell’Unione dal classico rimpallo di responsabilità che ha caratterizzato in tutti questi anni ildibattito sulle migrazioni. Con la crisi finanziaria e politica che si sta aggravando in Tunisia si è aperto un terzo punto di crisi sui bordi del Mediterraneo dopo quelli di Libia e Siria. La presenza di questi punti di crisi apre spazi favorevoli ai trafficanti di immigranti illegali e ingenera speranze nei disperati che fuggono dalle molteplici zone di crisi del mondo o che comunque cercano un futuro migliore. Dovrebbe essere abbastanza chiaro che il tema delle immigrazioni illegali va ben al di là delle piccole dispute su a chi tocchino i salvataggi in mare ed è invece la parte emergente di un iceberg di proporzioni gigantesche che richiede risposte che vadano al di là di una impostazione prevalentemente securitaria da “fortezza Europa” (per non parlare di “fortezza Italia”).
    Maurizio Cotta

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