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“Young Inclusion”: una rete lombarda per curare i giovani colpiti da disturbo borderline

“Young Inclusion”: una rete lombarda per curare i giovani colpiti da disturbo borderline
Il Consiglio Pari Opportunità ha presentato a Palazzo Pirelli il progetto che coinvolge diverse community care presenti nel territorio regionale. Il fenomeno borderline in aumento tra i giovanissimi, più colpite le ragazze. Caccavale: “Fondamentale non lasciarli soli e segnalare percorsi virtuosi di accoglienza, condivisione e cura che li aiutino a “riaccendere” il desiderio di vita”.
Una rete lombarda di community care per curare i giovani con disturbo borderline della personalità (DPB), aumentati considerevolmente durante la pandemia. È quanto prevede “Young Inclusion”, il progetto ideato per sostenere e recuperare situazioni di grave marginalizzazione che è stato presentato lo scorso martedì a Palazzo Pirelli nell’ambito delle iniziative del mese dedicato alla sensibilizzazione di questa patologia.
Avviato nel 2019 e sostenuto in Lombardia da 12 partner, il progetto si rivolge in modo particolare ai giovani affetti da disturbo borderline della personalità, ma anche a madri vittime di violenza e ai disabili fisici a seguito di incidente stradale e ha ricevuto un finanziamento di 1.2 milioni di euro dal 2009 al 2022 dal Programma Interreg Italia-Svizzera. Grazie a “Young Inclusion”, gli interventi finora effettuati hanno consentito la cura e l’inclusione di 110 pazienti fragiliche hanno così potuto riaffacciarsi alla vita riassaporandone il gusto.
Il progetto nasce dall’esigenza di farsi carico di un fenomeno sempre più in crescita tra i giovanissimi, i numeri che restituisce la letteratura scientifica in merito ai disturbi borderline della personalità sono allarmanti: coinvolgono dal 10% al 15% della popolazione e il disturbo specifico borderline incide il 3%. Se si osserva poi la fascia d’età under 24, si registra un notevole aumento del fenomeno che è passato dal 7,6% nel 2009 al 13,6% del 2010 fino ad arrivare al 17,4% del 2011. Numeri e richieste d’aiuto amplificati dall’emergenza Covid, dove il persistere delle limitazioni imposte dal lockdown e dalla DAD si è fatto sempre più soffocante esponendo soggetti già fragili ad un grado di frustrazione molto alto che ha ulteriormente aggravato la loro situazione.  
Ad essere coinvolte sono soprattutto ragazze e sempre più giovani: “Ci ha colpito l’aumento di questo tipo di disturbi tra i nostri giovani, specialmente tra le ragazze, che sono sempre più giovani perché c’è una diagnosi già chiara all’età di 11 anni – ha dichiarato Letizia Caccavale presidente Consiglio per le Pari Opportunità –. Crediamo sia fondamentale non lasciarli soli e segnalare percorsi virtuosi di accoglienza, condivisione e cura che li aiutino a “riaccendere” il desiderio di vita. Per questo motivo il CPO sostiene questo progetto e le persone che lo portano avanti. Anche la politica ha un ruolo importante nel testimoniare ai giovani un messaggio di desiderio grande alla vita che riprendo dalle recenti parole di Papa Francesco:Non rinunciamo ai grandi sogni. Non accontentiamoci del dovuto”. Un messaggio che viene supportato dalla mostra digitale, presentata insieme al progetto, dal titolo “Che fine ha fatto il nostro desiderio?”, all’interno della quale trovano spazio le testimonianze dei medici dell’ospedale San Raffaelepunto di riferimento nazionale per il trattamento del disturbo borderline – e delle stesse ragazze raccontano la loro sofferenza, ma anche di rapporti che si riallacciano, gusti che si scoprono, giornate che si fanno più vivibili e un desiderio di vivere che si riaccende(http://mostraborderline.younginclusion.org/).
Il progetto basa la sua attività sulla costruzione e il consolidamento di community care sul territorio lombardo,ovvero una piccola clinica che richiede la convivenza di massimo otto persone per 18-24 mesi in un percorso finalizzato al reinserimento dei pazienti in ambito familiare, scolastico, sociale e lavorativo: “In comunità le persone reimparano a prendersi cura di sé con stili di vita sani e regolari e sperimentano il ritorno ad una vita normaleha spiegato Alcide Gazzoli, Project manager di “Young Inclusion-, questo è reso possibile grazie alla vita di gruppo, che aiuta le persone a rimettersi in gioco e ad affrontare i piccoli gesti quotidiani, e all’applicazione dell’innovativo metodo GET (Gruppi Esperienziali Terapeutici)”. Un nuovo metodo terapeutico, ideato nel 2009 dallo psichiatra Raffaele Visintini del San Raffaele, che si fonda sulle relazioni all’interno del gruppo tra pari. Un trattamento intensivo spalmato su due anni con un monitoraggio trimestrale, dopo i quali i soggetti hanno solitamente superato il disturbo: “Il nostro lavoro ha successo quando li aiutiamo a vedere un presente meno simile al passato – ha aggiunto Visintini -, quando intravvedono piccoli cambiamenti comincia il miglioramento perché compare il desiderio di vita e da lì inizia la guarigione”.
La sfida è quella di insegnare ai ragazzi a stare nella realtà aiutandoli a gustare la vita: “Diventa importante ritrovare il senso del vivere – ha sottolineato don Walter Magnoni responsabile per il Servizio per la pastorale sociale e del lavoro della Diocesi di Milano -, non possiamo accettare che giovani vite si spengano, c’è un fuoco da tenere acceso. La gioia di vivere può provocare un incendio capace di bruciare le idee di quei profeti di sventura che immaginano i giovani senza futuro”.
Il progetto è stato accolto e sostenuto da Regione Lombardia, tra le prime ad aver inserito la medicina di genere all’interno del Piano Regionale di Sviluppo, come un importante strumento in grado di fornire una fotografia precisa e attuale sul territorio di una patologia pericolosamente in crescita: “Il Consiglio regionale si dedicherà alla revisione della legge 23 – ha dichiarato il presidente Alessandro Fermi intervenendo alla conferenza– e progetti come questo consentono di individuare elementi importanti di specializzazione preziosi nell’ottica della riforma sociosanitaria”.
Micol Mulè

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