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ELISABETTA MALIMON E IL CENTRO CULTURALE UCRAINO

ELISABETTA MALIMON E IL CENTRO CULTURALE UCRAINOVITTORIADI BRESCIA
Ci eravamo abituati a sentir parlare del popolo ucraino come di un popolo fortemente diviso nelle proprie diversità e tradizioni. Con lavvento della guerra, però, tutto è cambiato e un popolo frammentato si è unito nel nome di un valore più grande: quello della libertà. Da quel maledetto 24 febbraio sono iniziate ovunque iniziative solidali capillari, che hanno dimostrato, un poovunque, un grande senso di coinvolgimento. Questa è la storia di Elisabetta Malimon, una donna ucraina di 31 anni, avvocato, che da alcuni anni si è trasferita nel nostro Paese e che da ormai tre mesi si dedica in prima persona allaccoglienza di mamme e bambini, fuggiti dalle terre devastate di Kiev, grazie al Centro Culturale per UcrainiVittoriada lei stessa fondato, che opera a Brescia in via Bezzecca 13. Per dieci anni ho lavorato nel settore legale, occupandomi prevalentemente di tasse, diritto commerciale e tanto altroci racconta Elisabetta, orgogliosa del proprio passato, Con linizio della guerra, assieme ad altre ragazze, abbiamo iniziato a raccogliere un podi cose da inviare in Ucraina, prevalentemente beni di prima necessità e farmaci. Da lì, sentendo che i primi Paesi di accoglienza erano saturi, ho capito che le ragazze che fuggivano dalla guerra sarebbero presto arrivate in Italia. È così che è nata lidea di creare il Centro Culturale Vittoria a Brescia. Elisabetta si dice molto grata allItalia per lincredibile risposta solidale pervenuta, ma lapporto delle associazioni quale primo intervento daiuto, resta fondamentale, soprattutto quando ci troviamo davanti a persone che non conoscono la lingua, non sanno dove andare e soprattutto si trovano spaesate per quanto accaduto.
Elisabetta, qual è il compito del Centro CulturaleVittoria?
Allarrivo in Italia il primo problema è trovare casa, poi trovare un lavoro. Non va sottovalutato inoltre il fatto che circa il 90% di chi arriva sono donne con bambini e le mamme hanno bisogno di stare insieme, di fare un podi attività che non le costringa a pensare solamente alla guerra. Fra poco, poi, con la fine delle scuole ci saranno tre mesi nei quali le madri lavoratrici non sapranno dove lasciare i loro bambini. È per tutti questi motivi che abbiamo creato il Centro Culturale. Diamo loro una mano a ricominciare da zero, a partire dalla presentazione dei documenti necessari per stare in Italia, fino a compilare un curriculum per poi sistemarsi.
Quanto è importante la socialità?
È fondamentale, almeno per distrarle dalla situazione drammatica del Paese. Abbiamo organizzato anche attività sportive, come corsi di pilates a Campo Marte, vicino al centro di Brescia e alla nostra sede. Questo ha permesso alle giovani donne di fare nuove amicizie, di condividere i problemi comuni e, perché no, aiutarsi reciprocamente ad affrontare le difficoltà. Per la stagione più fredda avremo bisogni di uno spazio al chiuso, come una palestra o un palazzetto. Sono sicura che troveremo uno spazio adeguato.
Come si compone la vostra associazione?
Come ho detto, lassociazione è stata creata da me. Oggi siamo in sette ragazze ucraine, ed ognuna fa la propria parte. Poi abbiamo psicologi, maestre di arte e pittura, insegnanti di italiano, che insegnano ai bambini in modo un popiù leggero che a scuola. Tutte le attività verranno portate avanti nella nostra sede, che si trova sempre vicino a Campo Marte e che inaugureremo fra poco. Ovviamente queste attività hanno un costo, quindi siamo prima di tutto alla ricerca di alcune donazioni che sicuramente arriveranno presto, vista la generosità che tutti mi hanno mostrato in questi tre mesi.
Hai una testimonianza diretta che vuoi raccontarci in merito alla guerra?
La situazione è tragica. Mio papà e i miei nonni si trovano ancora in Ucraina, a Sumy, che si trova sul confine con la Russia, proprio da dove entravano i carri armati. Cerchiamo di non pensarci perché farlo o meno non cambia niente. È difficile perché noi, come gli italiani, siamo molto legati alla famiglia. E questo lo vedo anche nei pensieri delle ragazze che arrivano nel mio centro: tante hanno la speranza di tornare a casa presto, perché la casa è sempre la casa, ma non sappiamo come andrà, se e quando sarà possibile.
Grazie
Andrea Valsecchi

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