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Lombardia, didattica a distanza: servono regole chiare subito

L’ultimo dpcm alimenta i dubbi già emersi dopo l’ordinanza regionale. I dirigenti scolastici chiedono chiarezza sull’applicazione della Dad. Le province meno colpite dai contagi premono sull’applicazione al 75%. Intanto si naviga a vista.

Se già l’ordinanza regionale aveva sollevato una serie di dubbi in merito all’applicazione della famigerata didattica a distanza, l’ultimo dpcm non ha fatto altro che alimentarli e gettare nel caos le dirigenze degli istituti secondari di secondo grado e i centri di formazione professionale lombardi, alle prese con la rimodulazione di orari e percorsi per garantire le lezioni ai propri studenti.

Operazione tutt’altro che semplice, che sconta anche una buona dose di frustrazione dopo gli sforzi compiuti dagli istituti nei mesi scorsi, finalizzati a creare le condizioni necessarie per assicurare il rientro in presenza. Poi la ripresa e il nuovo stop, con il repentino, tanto quanto inaspettato, ritorno alla Dad che per molti dirigenti scolastici è stato letto come una “sconfitta” per la scuola.

Giusto alcuni dati di contesto: in Lombardia gli studenti interessati dal provvedimento sono ben 426.225 distribuiti tra le 747 scuole statali secondarie di secondo grado, le 356 paritarie e gli istituti professionali. Una popolazione scolastica alla quale va poi aggiunto tutto il personale docente e non docente da riorganizzare secondo le nuove necessità.

La domanda che arrovella i dirigenti scolastici in queste ore – prioritaria rispetto ai dubbi sollevati a seguito dell’ordinanza – ruota attorno alla percentuale di Dad da utilizzare. 100%, come indicato nell’ordinanza di Regione Lombardia, oppure il 75% come prevede l’ultimo dpcm? L’interpretazione verso la quale propendono alcuni dirigenti scolastici suggerirebbe di seguire la possibilità fornita dall’ordinanza che apre alla didattica in presenza per le attività laboratoriali – ferma restando la risposta al chiarimento su cosa s’intenda con precisione – e per gli alunni con bisogni educativi speciali o disabilità.

E proprio su questi ultimi rimane un’altra questione aperta. Il 12% della popolazione scolastica lombarda, pari ad oltre 51mila ragazzi, ha bisogni educativi speciali o disabilità e necessita pertanto di sostegno. Al netto della carenza dei docenti – nodo non ancora sciolto – resta il fatto che la formula in presenza non possa intendersi valida per tutti indistintamente, ma valutata secondo ogni singolo caso. Alcuni dirigenti scolastici, inoltre, temono che portare in classe solo i ragazzi con Bes o disabilità, senza il resto dei compagni, possa configurarsi come una forma di discriminazione.

Sul tavolo anche le richieste delle province meno colpite dalla seconda ondata della pandemia e sulle quali non grava il problema del congestionamento del trasporto pubblico locale, in pressing per ottenere il via libera all’applicazione del dpcm anziché dell’ordinanza, per poter portare in presenza gli studenti almeno per quel 25% consentito.

Nelle more, ogni istituto naviga a vista cercando di sottoporre a studenti e famiglie le modalità più idonee per proseguire le lezioni. A Milano la maggioranza delle scuole superiori è partita con la DAD al 100%, alcuni istituti di formazione professionale hanno portato a distanza solo le lezioni teoriche, mantenendo in presenza le attività laboratoriali, come il Capac, Politecnico del Commercio e del Turismo, già in questa forma di alternanza da una settimana.

Ieri l’incontro tra Fontana e la direttrice generale dell’ufficio scolastico regionale, Augusta Celada, che si è fatta portavoce delle questioni aperte, emerse dai confronti con i dirigenti scolastici e i provveditori.

Micol Mulè

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