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martedì, 1 Dicembre, 2020
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Milano: il grido d’allarme dei lavoratori dello sport

La denuncia del sindacato: ore non pagate, ritardi nell’erogazione di bonus e cig, dipendenti lasciati in cassa integrazione e sostituiti da forza lavoro a basso costo. Servono aiuti concreti e subito.

Con l’avvento delle nuove misure restrittive per il mondo dello sport, si rialza la soglia d’attenzione per i lavoratori del settore che, solo a Milano, conta circa ottomila addetti. L’allarme arriva dal sindacato Slc-Cgil Milano, collettore delle innumerevoli segnalazioni del personale che gravita attorno alle strutture e ai centri sportivi del capoluogo, messi a dura prova – ed ormai esasperati – dalla crisi invisibile del settore.

Una crisi che rischia di acuirsi ulteriormente con le restrizioni che potrebbero rendersi necessarie nel breve periodo, ma che già da tempo si ripercuote su un comparto con poche tutele, nonostante a livello nazionale muova 3 punti di Pil e conti oltre 1 milione di addetti. Ritardi nel pagamento della cassa integrazione, oppure abuso dell’ammortizzatore sociale per i dipendenti, sostituiti con collaboratori a costo nettamente inferiore, o ancora, turni raddoppiati senza il pagamento delle ore di straordinario. Questa è la sintesi delle condizioni dei lavoratori del settore sportivo che mandano avanti le palestre e le piscine milanesi, emersa dai casi segnalati all’organizzazione sindacale.

Aiuti concreti, e subito, alle strutture e ai lavoratori è la richiesta avanzata da Slc-Cgil Milano, che sottolinea ritardi anche nell’erogazione del bonus da 600 euro per i collaboratori sportivi. “La crisi è forte, ma si abbatte su un settore che non ha mai avuto adeguate tutele”, ricorda il sindacato. Alla fine di maggio i lavoratori dello sport si erano riuniti davanti allo stadio Meazza in un flash mob organizzato da Slc-Cgil Milano e Nidil-Cgil Milano, per cercare di attirare l’attenzione delle istituzioni su un lavoro troppo spesso reputato di “serie B”, dove a contare come professionisti – avevano denunciato – sarebbero soltanto i lavoratori di sei discipline sportive, tra cui calcio e ciclismo, mentre per quelli di tutte le altre, considerate dilettantistiche, “la tipologia del rapporto lavorativo più diffusa è quella della collaborazione sportiva dilettantistica, che non è regolamentata normativamente e, di fatto, corrisponde ad un lavoro senza diritti e in alcun modo tutelato”.

Preoccupazioni che, a maggior ragione oggi, assumono il carattere d’urgenza in vista di possibili chiusure degli impianti, qualora la curva dei contagi dovesse continuare a crescere assumendo proporzioni allarmanti. A quel punto sarebbe la fine per diverse strutture, già provate dai mesi di chiusura totale e dagli investimenti messi in campo per garantire la ripresa in sicurezza nel pieno rispetto dei protocolli sanitari. E per i lavoratori del settore non ci sarebbe futuro.

Micol Mulè

 

 

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