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sabato, 26 Settembre, 2020
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Bonomi: più rivoluzione, meno assistenzialismo

Bonomi: più rivoluzione, meno assistenzialismo

Pubblichiamo integralmente il testo della lettera inviata dal Presidente di Confindustria, Bonomi, in tema di contratti e di risoluzione della crisi economica post Covid.

La fine di agosto segnerà i primi 100 giorni da quando mi avete eletto presidente di Confindustria. Fedele all’impegno assunto di una presidenza orientata all’ascolto dell’interno Sistema e alla massima condivisione tra noi, delle linee strategiche da seguire e delle proposte da avanzare nel dibattito pubblico e nel confronto diretto con istituzioni e parti sociali, mi sembra opportuno inviarvi alcune considerazioni su ciò che abbiamo fatto finora e su ciò che ci aspetta nel prossimo autunno, anche in vista della nostra Assemblea pubblica che, per via del lockdown, terremo il prossimo 29 settembre.

Una prima osservazione preliminare non può che partire dai dati.
Dopo un calo congiunturale del 5,4% del Pil nel primo trimestre 2020, il secondo ha registrato un preoccupante -12,4%. Ce lo aspettavamo. Desidero però subito osservare che un aspetto è comunque degno di nota. Nel periodo “duro” del lockdown – i primi mesi del secondo trimestre appunto – hanno perso più di noi la hanno perso più di noi la Francia con meno 13,8%, la Spagna con meno 18,5%, il Regno Unito con meno 20,4%. tanto che se guardiamo al confronto con il PIL di metà 2019 l’Italia è a meno 17,3%, la Francia meno 19%, la Spagna meno 22,1%, il Regno Unito a meno 21,7%.

Non possiamo certo consolarci perché in altri paesi la crisi è più grave. E non possiamo dimenticare che, a fine giugno, tra i grandi paesi UE, l’Italia era Comunque l’unico e registrare un PIL Pari solo al 90% di quello del 2001, mentre per tutti gli altri paesi, anche i duri colpi del covid-19 hanno portato il loro prodotto interno al di sotto di una percentuale che va dal 105% al 117% della Germania.

Questo dato ci rammenta, pertanto, che la nostra sfida non è tanto ho solo quella di riacquisire, al più presto, i livelli di produzione, lavoro e reddito pre covid, piuttosto resta quella di trovare soluzioni – senza più indugiare – al problema strutturale della minor crescita italiana rispetto a quella dei nostri partner.

Una seconda osservazione, tuttavia, mi permette di aggiungere un elemento di cauto ottimismo. Se analizziamo l’andamento settoriale che più ci riguarda, quello dell’industria, possiamo e dobbiamo nutrire un elemento di speranza, di fiducia nelle nostre imprese e nelle nostre capacità.

Come rilevato dal nostro Centro Studi, è proseguito anche in luglio il recupero della produzione industriale dai minimi toccati in aprile e dopo il rimbalzo di maggio e l’aumento di giugno. Il dato congiunturale stimato è +7,5% a luglio. Ancora una volta, però, se guardiamo al confronto annuale, i dati di ripresa restano preoccupanti, visto che a fine luglio saremo ancora un livello di produzione industriale inferiore di 13,9 punti rispetto a luglio 2019.

Nel terzo trimestre ci aspettiamo un rimbalzo della produzione industriale (+20%) che contribuirà alla ripresa del PIL, ma non dobbiamo dimenticare che il dato tendenziale continua a ricordarci che siamo ancora sotto di circa il 10% rispetto allo scorso anno.

Le previsioni pubbliche confidavano in una perdita complessiva inferiore, sottovalutando il cambiamento delle abitudini che il lockdown e l’incertezza sugli sviluppi della crisi sanitaria avrebbero ingenerato nei comportamenti delle famiglie.

In particolare le ricadute sul mercato del lavoro (-600 mila occupati da marzo a giugno secondo l’Istat) hanno aumentato considerevolmente le risparmio anche a scopo precauzionale, frenando ulteriormente la domanda.

Queste prime osservazioni sui dati a nostra disposizione mi inducono due riflessioni.
La prima è che, malgrado tutto, le imprese industriali hanno risposto al blocco con più fermezza, tenacia e sangue freddo di quanto molti immaginassero. Si tratta di una prima parziale conferma: quanto le imprese industriali e manifatturiere hanno prodotto negli anni della timida di ripresina italiana avvenuta tra 2015-2017- in cui hanno rappresentato, soprattutto grazie al loro export, l’elemento trainante, rispetto al consumo e domanda interna – è una forza resiliente e che il paese e la politica devono considerare come il più importante asset per riavviare l’Italia e per riprendere con vigore e in modo strutturale Il sentiero di una crescita sostenuta è sostenibile.

E questa forza resiliente si deve a voi, a voi tutti. Non dobbiamo dimenticarla mai e rivendicarla con forza. A mio modo di vedere essa deve costituire il fondamento primo della nostra interlocuzione istituzionale e con le parti sociali, come di ogni nostra comunicazione pubblica.

La seconda riflessione riguarda invece il complesso delle misure pubbliche assunte in questi ultimi mesi. Misure che ci hanno visto esprimere una forte criticità di fondo, rispettosa delle prerogative del governo, ma sin qui irrisolta. L’incertezza del Paese, richiamata efficacemente il 18 agosto da Mario Draghi, è figlia della mancanza di una visione complessiva, basata su chiare priorità strategiche e su scelte conseguenti e necessarie per il decollo del Paese.

I numerosi interventi specifici, i bonus frammentati e i nuovi fondi accesi presso ogni ministero, non sono certo stati la risposta articolata ed efficace che ci aspettavamo.

Negli ultimi mesi, le imprese sono state aspramente criticate per aver osteggiato la chiusura di alcune aree del paese a fronte della diffusione del covid-19. È un falso assoluto, perché sin dall’inizio di marzo, nelle mie interviste, ho sempre dichiarato che chiedevamo scelte rapide basate sul sistema delle tre D: dispositivi, dati, diagnostica.

Abbiamo siglato e rispettato protocolli di sicurezza per tutelare l’incolumità dei nostri lavoratori e delle nostre produzioni e, oggi, le ricerche condotte dall’istat e dal Ministero della Salute certificano che le nostre fabbriche non sono state vettori di contagio.

Per uscire dal lockdown e riavviare il paese in sicurezza, abbiamo chiesto di poter contare su dispositivi adeguati; su dati precisi che identificassero meglio l’ordine di grandezza del contagio attraverso la somministrazione di tamponi a tappeto e ricerche su cluster della popolazione; abbiamo chiesto che queste informazioni fossero messe a disposizione del sistema di diagnostica territoriale al fine di renderlo in grado di contribuire,più efficacemente e precocemente, al monitoraggio delle condizioni di rischio e disporre, in caso di necessità, chiusure mirate.

Questo è ciò che ho sempre ripetuto. Non ciò di cui siamo stati accusati. Che il tema dopo tanti mesi sia purtroppo ancora irrisolto, lo testimoniano due vicende in corso.

Le profonde incertezze sulla riapertura delle scuole a settembre, che al di là del bando su 2,4 milioni di banchi a rotelle identificati come priorità ancora non vedono una risposta precisa alla domanda centrale: che cosa avverrà negli istituti in presenza di contagi? in una settimana siamo passati dal “a casa solo la classe interessata”, poi a “chiuso l’intero Istituto”, infine a “si valuterà volta per volta“, senza che sia chiaro chi lo farà in base a che cosa di preciso.

Osservo, poi, che anche i dirigenti scolastici, come toccò a noi imprenditori in primavera, hanno sollevato il tema dello scudo rispetto alla responsabilità penale in caso di contagi.

Singolare paese il nostro, in cui le responsabilità non valgono mai “in alto”, ma si trasferiscono disinvoltamente “in basso”.

Inoltre, anche l’esperienza dei mancati controlli e tamponi di massa al rientro dalle vacanze in Paesi posti dal governo nella lista dei “controlli obbligati” ha confermato che, sulle misure di sicurezza sanitaria anti covid, ancora non ci siamo.

Altra conferma: l’insuccesso della app immuni. Scelta dal governo ancora una volta discostandosi dal parere del comitato di esperti ad hoc che aveva indicato una sperimentazione in concorrenza tra più sistemi, milioni di italiani non si fidano e non l’hanno scaricata, temendo di essere sottoposti, in caso di segnalazione, a isolamenti coatti senza che il tampone possa essere effettuato in poche ore.

Seppur vero che nessuno era preparato a gestire gli effetti di una pandemia di questa natura, è altrettanto vero che tutti i provvedimenti messi in campo in questi mesi, che hanno impegnato risorse ingenti per circa 100 miliardi di euro non hanno sciolto alcun nodo che imbriglia la crescita del nostro Paese.

Mi limito ad alcune aree.
Semplificazioni. Uno dei fattori principali che frena la crescita italiana è la babele normativa, la sua stratificazione, i tempi necessari alla pubblica amministrazione affinché adotti regolamenti, circolari interpretative, linee operative.Non tutto quanto contenuto nei decreti si è ancora scaricato a terra, siamo alla fine di agosto e molte delle misure introdotte hanno efficacia solo per il 2020.

La ricognizione fatta fino al 8 agosto scorso dal nostro Sole24Ore – cioè ultimo decreto legge escluso, visto che non ne era disponibile, come al solito, il testo – contava allora nella spaventevole cifra di 684 le misure attuative necessarie a rendere efficaci i provvedimenti economici dei governi Conte I e II: il 67% in stand-by, il 145 già scaduti.

Se prima dell’emergenza sanitaria i decreti applicativi generati dagli interventi economici dell’attuale governo erano 169, oltre 124 disposti ma in attuati con la Legge di Bilancio dello scorso dicembre, con il lockdown, se ne sono aggiunti 236 in vorticosa continua crescita di mese in mese. Ognuno di essi necessita di essere emanato in accordo tra i diversi ministeri.

È stato adottato anche un decreto ribattezzato semplificazioni che tuttavia anziché intervenire a tutto tondo si limita ad alcuni ambiti di azione della pubblica amministrazione. Mi piace ricordare al riguardo il giudizio del professor Sabino Cassese: «Non si sburocratizza con un provvedimento di 96 pagine, 48 articoli, approvato tra le 23 della notte e le 4.10 del mattino. Impantanati tra visioni e proposte completamente diverse su come rimettere mano per la centesima volta al codice dei contratti e appalti, hanno scelto di varare modifiche codice che valgono fino a luglio 2021. Saranno poca cosa. si è parlato molto di corruzione mafia ma ciò che deve preoccupare strutturalmente è l’inerzia prodotta dai controlli preventivi e dalla previsione di troppe responsabilità con sanzioni sproporzionate per le amministrazioni. I commissari, poi, a cui si sceglie ora di fare sistematicamente ricorso per le opere bloccate, sono organi straordinari. La procedura per scegliere le opere e i commissari sarà lunga. Gli interventi straordinari rallentano quelli ordinari. Quindi nel complesso il ricorso sistematico che si sceglie a procedura e organi straordinari serve a semplificare. L’esempio della cassa del Mezzogiorno, nella seconda parte della sua vita, dovrebbe insegnare qualcosa».

Non c’è da aggiungere altro. Mi limito a riportare che fino al momento in cui vi sto scrivendo l’elenco dei 40 o oltre 50 commissari – i giornali hanno riportato cifre variabili ma da allora il governo non ha precisato – per sbloccare grandi opere bloccate puntualmente non è uscito, come prevedeva Cassese.

È vero, e va dato atto al governo, che sono state sbloccate alcune opere prioritarie, con lavori della AV-AC ferroviaria nel Nord-Est fermo da anni. Di qui all’estensione generale del modello Genova, di cui ho letto a profusione, ce ne corre: quell’opera era da rifare su un tracciato già esistente e a pagarla era un privato.

Dunque, i punti di fondo della lentezza amministrativa restano tutti. Un esempio concreto di una funzione fondamentale dello Stato, oltre alla tutela della vita, della libertà, della sicurezza, della sanità, dell’istruzione e della difesa: è la giustizia. Dopo 4 mesi di sostanziale lockdown il blocco delle udienze è stato prorogato sino al 2 settembre. Come se fossimo in un anno normale. Ora, con tutto il rispetto per l’attenzione che da mesi si concentra sulla riforma del CSM dopo lo scandalo delle degenerazioni correntizie togate, le semplificazioni in materia che servono a noi imprese – che affrontiamo vertenze civili magari della durata di 10,12 o 15 anni, – e all’interno del Paese – che ogni anno paga vagonate di milioni di euro, su giusta condanna dell’Europa, per denegata o ritardata giustizia – sono tutt’altre

Vengo ora al punto più rilevante per noi e per le nostre imprese: il lavoro e gli ammortizzatori sociali. La scelta operata dal governo è stata di estendere gli ammortizzatori e vietare per legge il licenziamenti. vista la severità delle misure di lockdown, che si sono rese necessarie di fronte al morso del covid, quella scelta poteva essere giustificata.

Ma protrarla a oltranza è un errore molto rischioso: hanno avuto accesso alla cassa covid, secondo l’ultimo aggiornamento Inps, oltre 5,5 milioni di Italiani; se a questi sommiamo tutti coloro che beneficiano dei diversi regimi di sostegno diretto pubblico, la quota di italiani sotto l’ombrello della protezione statale oltrepassa quota 8 milioni di cittadini. Per noi imprese restare ancorati all’idea della cassa integrazione cioè tentare di congelare il lavoro dov’era e com’era – è in molti casi un errore profondo poiché ritarda le riorganizzazioni aziendali i nuovi investimenti e le nuove assunzioni che pur son necessarie e a cui dobbiamo pensare. Per alcune poi questa “anestesia” potrebbe significare al “risveglio” l’avvio di procedure concorsuali.

Più si protrae nel tempo il binomio “Cig per tutti – no licenziamenti”, più gli effetti di questo congelamento potrebbero essere pesanti in termini sociali e per le imprese.

Ecco perché al governo e ai sindacati abbiamo trasmesso a metà luglio un documento molto circostanziato con le nostre proposte di riforma delle politiche per il lavoro

Sappiamo bene che il passaggio da CIG a Naspi è stato rallentato se non quasi neutralizzato proprio dall’obiezione che in tempi di crisi non è il caso di mettere mano al vecchio sistema ma semmai di estenderlo. Eppure è venuto il momento di capovolgere questa impostazione. È proprio la gravità di questa ennesima crisi che deve farci cambiare direzione.

Esattamente come avvenne in Germania con il Kurzabeit con le riforme Schroeder e i quattro pacchetti Hartz tra il 2003 e il 2005 che mutarono dalle fondamenta il regime della cassa integrazione e del sostegno al reddito, impiantandoli entrambi in un quadro energico di politiche attive del lavoro. Riforme che hanno mostrato in tutti gli anni successivi a loro spinta positivi sia in termini di crescita aggregata sia sull’occupabilità dei lavoratori.

La nostra proposta, in chiave pragmatica, si propone di superare i limiti dell’attuale sistema.
Primo: il momento di decidere è adesso, per avviare nel 2021-2022, quindi cominciando dalla prossima Legge di Bilancio, una serie di innovazioni profonde nell’attuale sistema. Due anni sono un orizzonte serio e credibile per superare gli effetti della pandemia e per un quadro di politiche del lavoro profondamente diverse.

Secondo: occorre tornare a distinguere ciò che negli anni è sempre stato più confuso. Un conto sono le prestazioni di natura assicurativa del lavoro, con oneri a carico delle imprese ma gestiti dall’Ente pubblico assicuratore; altro contro sono le misure di integrazione del reddito a carico della fiscalità generale. La confusione tra queste due tipologie di strumenti ha finito per ingenerare oneri molto diversi tra settori d’impresa e non solo, come sarebbe stato comprensibile, per dimensioni d’impresa. Tali disparità ingiustificate vanno eliminate.

Terzo: deve essere netta la differenziazione tra crisi d’impresa aventi piani di sviluppo industriale e reindustralizzazione, rispetto alle ristrutturazioni che possono trovare soluzione puntando sulla ricollocazione dei lavoratori attraverso una adeguata riqualificazione professionale. La gestione delle ristrutturazioni faccia capo al ministero del Lavoro, quella delle crisi strutturali al ministero dello Sviluppo economico, ma con gli strumenti della CIG straordinaria e dei contratti di solidarietà.

Quarto: per la disoccupazione involontaria, il sostegno al reddito deve essere funzionale al perseguimento dell’obiettivo della ricollocazione e, questo, almeno in parte, deve essere condizionato alla partecipazione a programmi propedeutici a favorire il reimpiego.

Quinto: anche nel caso di eccedenze struttuali al termine di una ristrutturazione d’impresa con diminuzione della componente lavoro, una parte dell’integrazione al reddito andrebbe condizionato a percorsi formativi e di outplacement.

Sesto: il passaggio alla Naspi va dunque accelerato e non frenato, ma alla luce delle considerazioni precedenti, anche la Naspi va riformata, distinguendo una parte del suo importo di natura assicurativa, e dunque priva di condizionalità alla percezione, rispetto a una parte invece erogata solo a fronte di attività formative e di ricerca e infine all’accoglimento delle proposte di lavoro. Questa parte deve a tutti gli effetti reintrodurre la forma e la sostanza di vero assegno di ricollocazione al lavoro per tutti i percettori di Naspi.

Settimo: il postulato di questi interventi è che le politiche attive del lavoro non possono essere attuate con il Reddito di cittadinanza. L’integrazione al reddito per la lotta alla poverà e quello per l’occupabilità e rioccupabilità rispondono a finalità diverse, si misurano attraverso metriche distinte, necessitano di competenze specifiche. Bisogna smontare l’attuale configurazione del reddito di cittadinanza e avviare un sistema di politiche attive con il più esteso convolgimento possibile delle Agenzie private per il lavoro che sono le uniche ad avere, professionalmene, contezza delle domande e delle competenze di cui le imprese hanno bisogno. Va rapidamente risolto il problema orma macroscopicamente evidente dell’Anpal.

Ottavo: il sistema sussidiario dei nostri Fondi interprofessionali deve poter svolgere un rinnovato ruolo nell’ambito di questo progetto, assicurando una offerta formativa adeguata e potenziata, rispetto all’inefficiente formazione professionale offerta dalle Regioni.

Nono: lo spirito e il contenuto dl patto di ricollocazione definito insieme ai sindacati nell’accordo interconfederale del 1 settembre 2016 va rilanciato, aggiornato e potenziato. Per distinguere sempre più efficacemente e gestire insieme in modo non conflittuale, fin dall’inizio di uno stato di crisi, i percorsi formativi di chi è destinato a tornare in azienda da quelli di chi va accompagnato e sostenuto nell’outplacemente all’esterno.

Decimo: tutto questo deve costituire una parte essenziale di riferimento della nuova stagione contrattuale post Covid che ci attende con il sindacato. Se guardiamo solo al vecchio scambio tra remunerazione e orario di lavoro, l’indice Ipca, benchmark di riferimento per gli aumenti retributivi, indica oggi salari stagnanti se non in regresso. In un Paese a domanda interna bloccata da anni e ora di nuovo in crollo, è l’ultima cosa di cui c’è bisogno.

Per tutte queste ragioni, non sono parte accessoria ma fondante dei nuovi contratti di lavoro, le nuove politiche del lavoro, la quota di finanziamento a carico delle imprese per la formazione e l’outplacement, l’adozione di nuove metriche per la produttività, l’innalzamento della qualità del capitale umano impiegato, uno spazio crscente per forme di welfare aziendale e di conciliazione tra lavoro e cure parentali, l’adozione su vasta scala dello smart working, laddove tecnologia e modalità lo consentano sempre più ampiamente riscrivendo i vecchi mansionari dell’epoca fordista.

Questa è la proposta complessiva e di sistema che abbiamo inoltrato a Governo e parti sociali, a fondamento della richiesta di non prorogare il blocco dei licenziamenti. A fronte di una proposta di riforma complessiva, il Governo non ci ha risposto e ha confermato il divieto. Il ministro Catalfo ha nominato una sua commissione tecnica di elaborazione di proposte in cui le imprese non ci sono.

All’accusa che i leader sindacali hanno rivolto a Confindustria di non volere i contratti, abbiamo risposto con chiarezza che Confindustria i contriatti li vuole sottoscrivere e rinnovare. Solo che li vogliamo “rivoluzionari” rispetto al vecchio scambio di inizio Novecento tra salari e orari, e non perché siamo rivoluzionari noi – aggettivo che proprio non ci si addice – ma perché nel frattempo è il lavoro e sono le tecnologie, i mercati e i prodotti , le modalità per produrli e distribuirli, ad essere rivoluzionati, tutti e infinite volte rispetto a decenni fa.

Questo è il tema davvero centrale che dobbiamo riprendere con grande energia nelle prossime settimane. E devo chiedere a tutti voi di sostenerlo con chiarezza e fermezza perché determinante per la ripresa italiana e per consentire alle nostre imprese di essere competitive sui mercati mondiali.

Un tema che va affrontato con tutto l’equilibio ma anche con tutta la risolutezza necessaria.
Un Paese che deruba le giovani generazioni con un welfare squilibrato sulla previdenza e che la priva della formazione di base e permanente necessaria di fronte all’evolvere delle tecnologie, è un Paese che rende ancor meno sostenibile il suo debito. L’ingiustizia tra generazioni accresce le fratture sociali: ce l’ha ricordato Draghi e in molti hanno finto di applaudirlo, visto che in concreto poi vogliono il contrario.

Un Paese che illude milioni di italiani sul perenne sostegno pubblico al reddito, dimentica che con un debito pubblico oltre il 160% del Pil verranno problemi seri il giorno in cui la Bce deciderà il rientro delle sue misure straordinarie – che esistono proprio perché “a tempo” – e l’Italia non avrà un piano credibile di rientro del debito e di revisione della spesa.

Un Paese, in cui oggi molti s’illudono che i 209 miliardi di euro, in più anni, che spetteranno all’Italia dal Recovery fund siano un bancomat illimitato per ogni tipo di misura, dimentica che in poche settimane il Governo deve predisporre un piano concreto di impieghi in liena con le precise priorità indicate dall’Unione: investimenti in nuove tecnologie e infrastrutture, sostenibilità ambientale e riforme organiche del welfare e del mercato del lavoro.

E non certo per bonus a pioggia, conferme di quota 100 o per tagli alle tasse non sostenuti da revisioni strutturali della spesa. L’esatto opposto di quanto fatto finora. Senza più fingere di far mille audizioni come avvenuto con gli inutili Stati generali, ma avendo il dovere oggi come Governo di avanzare proposte concrete.

E ricordando bene che l’Italia è passata, non per suoi meriti ma grazie alla sua decrescita plurienllae da finanziatore a beneficiario netto della Ue che ha saputo trovare risposta e risorse all’altezza del Covid traendo lezione dagli errori del post 2008 e del post 2011. E ciò obbliga, una volta per tutte, a mettere da parte ogni pregiudizio antieuropeista troppe volte riemerso anche nelle posizioni dell’attuale governo. Basti ricordare l’ostinato pregiudizio contrario all’utilizzo del Mes sanitario, invece più che mai necessario.

Un Paese che si ostina a non volere conoscere l’impresa, preferendo coltrivare in vasti settori un pregiudizio anti-industriale, non va lontano.
Ancora un esempio di poche settimane fa: le accuse rivolte alla Confindustria per il 30% di imprese che hanno richiesto Covid-CIG senza cali di fatturato, con titoli che attaccavano “i furbetti”.

Abbiamo chiesto allora che l’Inps fornisse i dati dei settori d’impresa coinvolte nel fenomeno, poiché ritenevamo che la cosa riguardasse altri, piuttosto che noi, ma non abbiamo ricevuto risposta. In ogni caso la Covid-CIG è nata a prescindere dai cali di fatturato, poiché nessuno poteva sapere ex ante quale sarebbe stata la domanda interna e internazionale; è nata per evitare che le nostre imprese si sobbarcassero di costi divenuti improduttivi non per inettitudine, maper garantire misure di sicurezza e tutela dei nostri lavoratori. Ma questo nessuno l’ha ricordato.

Un Paese che ha esteso ancora una volta i poteri di Golden Power; che nazionalizza Alitalia e vuol far lo stesso con Ilva, in entrambi i casi, senza un piano industriale; che rientra in settori come la produzione di gelati e le confezioni di abiti da donna definendoli “strategici” che vuole tornare alla rete pubblica delle Tlc, bloccando i privati del settore, dimentica il rovinoso falò di risorse delle Partecipazioni Statali che obbligò alle privatizzazioni di inizio anni Novanta.

Un Paese – o meglio, siamo più chiari, un blocco di partiti politici e pezzi di società italiana – che con queste erronee illusioni crede di rinviare o impedire la necessità di innovazioni profonde nel sistema pubblico e nelle troppe rendite improduttive che alimenta, rischia di non dare un futuro ai nostri figli. Un blocco in cui emergono tentativi di vera e propria intimidazione delle imprese, per ridurle a tacere. E disegni da parte di sistemi di potere locali di vera propria subordinazione delle imprese, promettendo e concendeno sgravi fiscali ad hoc e interventi straordinari.

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