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lunedì, 13 Luglio, 2020
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Lombardia: da cosa ripartire? Intervista a Mauro Piazza

Mauro Piazza, classe ’73, è consigliere regionale nelle file di Forza Italia e ricopre dal 9 maggio 2018 la carica di Presidente della Commissione Speciale “Autonomia e riordino delle autonomie locali”. Con lui abbiamo cercato di capire quale potrà essere il futuro della Lombardia, da cosa ripartire e il ruolo dell’autonomia differenziata per la ripresa.

Con la fase 3 siamo di fronte a tutte le contraddizioni della politica economica del Governo. Previsioni per il futuro lombardo, Cons. Piazza?

Dal mio osservatorio locale, ovvero la provincia di Lecco che ha un tasso manifatturiero tra i più alti d’Italia, e dall’osservatorio regionale della Commissione delle attività produttive, vedo molti problemi all’orizzonte. Oggi la principale preoccupazione è la ripartenza del dopo estate. Tutti gli operatori, specialmente quelli legati ad alcune filiere – una su tutte l’automotive – in questi mesi hanno lavorato su ordinativi pregressi che sono andati in conclusione, ma i portafogli ordini nei prossimi mesi sono sostanzialmente fermi e questo genera preoccupazione. Finché ci sono in essere alcuni provvedimenti, come le moratorie di oneri finanziari, di mutui e gli ammortizzatori sociali, anche fatturati limitati permettono di sopravvivere ma, nel momento in cui dovessero cessare, le strutture aziendali così come sono non potrebbero stare in piedi. Perciò la preoccupazione diventa, oltre che di carattere economico, anche sociale perché ci troveremmo davanti a dei tassi di disoccupazione significativi. A fronte di questo quadro non si vede una risposta, aldilà degli annunci fini a se stessi. Sul tema della liquidità il Presidente del Consiglio in televisione ha parlato di misure straordinarie e sappiamo come è andata a finire. Però temo che il problema non sia neanche tanto quello della liquidità, che è nell’immediato, piuttosto quello del lavoro. Perché le imprese possono anche ottenere i finanziamenti ma poi vanno restituiti – tra l’altro a 6/7 anni sono ridicoli, bisognava ipotizzare dei rientri molto più lunghi – e se non fatturano non riescono a pagare gli stipendi e nemmeno a dare indietro i soldi. La risposta mi sembra molto incongrua, per non parlare di una totale assenza di visione strategica di rilancio del Paese. L’ esecutivo avrà una disponibilità economica senza precedenti, ma il tema è la qualità della spesa, perché se è quella dell’assistenzialismo, del contributo a pioggia, senza una visione politico-industriale e politico-economica, ci ritroveremo con un’economia ancora più debole di quella che avevamo prima e con un indebitamento ancora più alto rispetto al precedente.

Turismo, ristorazione e lusso: tutto quello su cui stavamo puntando è stato colpito dal virus. Cosa ci resta per un domani di produzione?

Su questi fronti ci resta il nostro tratto italiano, i nostri straordinari valori paesaggistici, turistici e culturali. Credo che l’elemento di speranza debba essere legato a questo. L’Italia è rimasta il giardino del mondo e dobbiamo sperare di riacciuffare quei flussi che stavano andando particolarmente bene, anche la Lombardia stava sviluppando la vocazione turistica in maniera molto importante, con tante nuove attività e iniziative. Purtroppo hanno subito una battuta d’arresto, le città che più godevano di questi flussi sono anche quelle che ne soffrono di più e così anche le mete turistiche, penso ai laghi lombardi. Per i pubblici esercizi occorre il ritorno al turismo e dall’altro anche alla normalità. In questi mesi abbiamo apprezzato lo smart working, che ha indubbiamente dei vantaggi, però elimina la socialità e penalizza le filiere di consumo, come bar, ristoranti e servizi collegati. Dall’altro lato dobbiamo spingere sulla produzione turistica, aiutando i nostri operatori che si stavano qualificando e riqualificando professionalmente in maniera molto alta, perché quella voglia d’Italia e di italianità, anche legata al mondo del lusso, possa ritornare. Ci vorrà tempo, intanto occorrerebbe un investimento di carattere non solo economico, ma anche culturale, sul turismo di prossimità che può essere una risorsa in questo anno in cui dobbiamo aspettare che passi la paura e riprendano i collegamenti per rivedere i flussi che avevamo prima.

La manifattura si è ripresa prima di molti altri settori, forse un futuro produttivo per la Lombardia non è più una chimera?

È ripartita a macchia di leopardo, alcuni settori stanno soffrendo di più, come l’automotive, o quello del legno, altri invece sono ripartiti meglio. Vedo un futuro assolutamente manifatturiero, se la nostra manifattura è ancora così forte e quotata nel mondo è perché qui si trovano qualità, risposte e genio intellettuale che non ci sono in nessun’altra parte del mondo. La Lombardia è in cima a questo, basta guardare i dati pre Covid, eravamo di fronte ad una crescita dal punto di vista industriale significativa con i tassi di disoccupazione in diminuzione, attestandoci a locomotiva dell’Europa, non solo dell’Italia. L’augurio è che si ritorni ad esserlo, non solo da un punto di vista economico, ma anche culturale perché il nostro è un modello economico sano. Nella nostra piccola e media impresa vedo un modello sano di società che guarda alla famiglia, all’impresa e al suo ruolo sociale, al lavoro come dimensione imprescindibile della dignità delle persone. “Milano alzati e fattura”, l’attacco alla Lombardia è un po’ l’attacco a questo modello. La nostra impostazione culturale è tirarsi su le maniche, fare impresa, creare lavoro e valore, fatturare. Questo si scontra con una concezione culturale, che è quella di chi oggi ci governa a Roma, che è esattamente l’opposto e capisco possa dare fastidio.

Quindi, venendo ai rapporti con lo Stato, cosa possiamo aspettarci e cosa dobbiamo chiedere per la Regione d’Italia più colpita dal virus, Cons. Piazza?

Chiedo allo Stato di stare più lontano possibile. Anche il “modello Genova”, citato da tutti, dimostra che se lo Stato non mette di mezzo la sua burocrazia e le sue procedure farraginose, alla fine si riescono a dare le risposte. L’impresa ne è un esempio, nell’ambiente meno favorevole al mondo – tra tasse, burocrazia e disservizi – abbiamo imprese straordinarie che competono su tutti i mercati internazionali, probabilmente sono così brave perché devono essere allenate per riuscire a stare in piedi nonostante tutto questo. Per la Lombardia c’è da chiedere una maggiore forma di autonomia. Questa crisi sanitaria testimonia che se avessimo avuto più risorse e la capacità di poterle spendere di più in maniera autonoma, probabilmente si sarebbero date risposte migliori e ancora più congruenti anche sul fronte dell’emergenza, aldilà della specificità della pandemia. Non dimentichiamoci che abbiamo 54 miliardi di euro di residuo fiscale, e il dato oggi è che Regione Lombardia – per costituzione – non può fare debito per le spese correnti, quindi avremo un’economia che rallenta, minori entrate, minori risorse per fare politiche attive – su turismo istruzione, assistenza ai disabili – perciò la prima richiesta è che lo Stato, visto che può indebitarsi, lo faccia per dare i 400 milioni di euro di gettito erariale che mancano alla Lombardia perché altrimenti non potremo, non solo fare di più per chi avrà bisogno, ma nemmeno quello che facevamo l’anno scorso. Dove si poteva fare, Lombardia ha fatto – il famoso Piano Marshall lombardo – ci siamo indebitati per 3 miliardi di euro, dati agli enti locali per fare investimenti e speriamo sia un volano che aiuti l’economia. La richiesta dell’autonomia differenziata, sulla quale si era inaugurata questa legislatura regionale, rimane ancora centrale. Se noi potessimo avere maggiori funzioni e materie da gestire e le risorse conseguenti, potremmo venire incontro meglio a questo momento di emergenza, sia sul fronte economico ma anche sul fronte sociale e sugli altri fronti che sono quelli che preoccupano. Oggi non spira un buon vento sui temi dell’autonomia, però continuiamo a fare questa battaglia. L’auspicio è che si possa ritornare ad un confronto istituzionale leale con lo Stato centrale per far capire che più le risorse e le scelte stanno vicine ai cittadini meglio è.

Micol Mulè

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