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mercoledì 18 Marzo, 2026
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Prospettive per l’Europa in un tempo di crisi: dalla difesa comune alla Nato

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Negli ultimi mesi, la storica alleanza tra Stati Uniti e Comunità Europea, nata dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, è stata messa in discussione in maniera esplicita dall’amministrazione americana guidata da Donald Trump. Numerosi sono gli episodi che si potrebbero citare (dal discorso del Vicepresidente americano J.D. Vance alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco del 2025 alle dure parole riservate al nostro continente nell’ultima Strategia di Sicurezza Nazionale pubblicata da Washington qualche mese fa, ricordando la politica dei dazi introdotta qualche mese fa). L’Alleanza Atlantica non è in crisi perché USA ed UE abbiano cessato di condividere valori, ma perché è venuto meno l’equilibrio su cui si reggeva: un’Europa protetta e un’America garante. Oggi Washington chiede agli europei di assumersi una quota maggiore di responsabilità. È tuttavia opportuno sottolineare quanto questa alleanza – perno del sistema di relazioni internazionali nato a Bretton Woods nel 1945 – abbia cominciato a scricchiolare ben prima dell’avvento della prima presidenza Trump nel 2017.

Alcuni dei principali passaggi storici che raccontano al meglio questa crisi possono essere considerati gli attentati dell’11 settembre 2001 con le loro conseguenze (intervento in Iraq), il pivot to Asia del 2011, segnale della volontà politica americana di voler concentrare le proprie risorse nel confronto con la Cina. Il periodo delle Primavere Arabe e la conseguente crisi migratoria che ha messo e continua a mettere a dura prova la coesione europea. L’uscita unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare con l’Iran (2018), cui è seguita la re-imposizione delle sanzioni economiche il cui effetto è stato quello di far crollare vertiginosamente l’interscambio commerciale europeo con Teheran (nel 2017 si parla di cifre superiori ai 20 miliardi di euro), oltre ad aver contribuito a creare nuova tensione nella regione mediorientale.  Infine, la guerra in Ucraina. Tutte avvisaglie dell’emergere di una sempre maggiore divergenza di interessi tra Washington e Bruxelles, culminate nello scoppio della guerra in Iran delle scorse settimane.

Al centro di queste vicende, si può rintracciare almeno un elemento che le ha caratterizzate tutte e che rappresenta uno dei maggiori punti di debolezza del nostro continente: l’approvvigionamento energetico. L’UE, eccezion fatta per pochi paesi, è sempre stata estremamente dipendente da forniture energetiche provenienti da paesi terzi e, storicamente, ha un costo dell’energia maggiore rispetto ad altri importanti competitor della scena internazionale. Questo divario è aumentato negli ultimi anni, rendendo sempre più complesso produrre in Europa, a fronte di una concorrenza meglio attrezzata. Inoltre, la cessazione di forniture di gas e petrolio dalla Russia ha portato all’aumento delle importazioni energetiche di origine americana (GNL), a prezzi decisamente maggiori.

Oltre alla carenza di risorse prime sul proprio territorio, quali sono le difficoltà che ha l’UE nel garantirsi flussi energetici a prezzi competitivi? Per molti paesi, Italia compresa, le politiche energetiche sono strumento di politica estera: non solo per l’estrazione di gas e petrolio, ma anche per quanto riguarda le materie strategiche prime, fondamentali nella corsa verso tecnologie ad impatto ambientale minore rispetto a quelle tradizionali. Tuttavia, con non poca frequenza vediamo prevelare politiche dettate da logiche predatorie nei confronti dei paesi fornitori (contribuendo a creare disuguaglianze e problematiche di natura ambientale e sociale. Pur avendo la necessità di garantire flussi di materie prime continui, si può dire che questo approccio contribuisca ad aumentare le frizioni tra, ad esempio, Occidente/Europa ed altri paesi, come quelli in Nord Africa ed Africa Sub-sahariana, Medio Oriente? È possibile un modello di relazioni improntato più alla cooperazione che alla competizione ed allo sfruttamento?

Il costo dell’energia non è di certo l’unica debolezza strutturale dell’Unione europea. Le sfida posta dallo scoppio del conflitto in Ucraina ha portato al centro del dibattito pubblico la questione della difesa (comune) e, più in generale, del riarmo. Anche in questo settore, tuttavia, l’UE si trova a dover affrontare svariate difficoltà. Anzitutto, una eccessiva frammentazione industriale (con 27 mercati nazionali caratterizzati da elevate barriere all’ingresso, limitato ricorso a gare aperte e scarsa diffusione di gare transnazionali) e militare (tipologie di armamenti differenti e difficilmente integrabili). In secondo luogo, la questione relativa i costi: l’Institute for the Study of War stima in €1000 miliardi il costo che i paesi NATO europei dovrebbero sostenere in una futura guerra con la Russia in caso di ritiro statunitense dall’Alleanza Atlantica[1]. Già solo per raggiungere gli obiettivi del 3% della spesa militare si è ricorsi a scappatoie giuridiche quali l’attivazione della National Escape Clause (in breve, l’esclusione delle spese per la Difesa dal calcolo del rapporto debito/PIL, al fine di far quadrare i conti). Una ulteriore problematica è quella relativa le capacità produttive: per anni le aziende europee sono state abituate ad un volume di domanda decisamente inferiore a quello attuale (per non parlare della mancanza di know-how in vari ambiti)[2]. L’ultimo punto che vale la pena sottolineare è forse il più importante, il fattore che determinerà veramente la piega che potrà prende il progetto di riarmo – ed in parte politico – europeo: la volontà politica dei leader. La difesa è uno strumento di politica estera, materia di competenza esclusiva dei 27 stati membri dell’UE; senza volontà politica comune, non vi sono direttive di politica estera comune. Considerata le ridotte possibilità di avere una riforma dei Trattati nel breve periodo, la volontà politica di mettere da parte gelosie nazionali e trovare forme di cooperazione creativa per rispondere a sfide dalla portata epocale appare sempre più necessario.

Il processo di riarmo in corso in Europa presenta delle opportunità. Il primo possibile beneficio è di natura strategica. Rafforzare le capacità di difesa consentirebbe ai Paesi europei di ridurre la propria dipendenza dagli Stati Uniti, aumentando l’autonomia decisionale. Molti vedono poi nel riarmo un motore di sviluppo tecnologico e industriale. Infine, un maggiore investimento nella difesa genererebbe una più ampia discussione a livello di opinione pubblica sul tema ed una conoscenza più diffusa del ruolo delle Forze Armate. Su quest’ultima considerazione varrebbe la pena fare una riflessione/domanda di carattere culturale. Il progetto europeo appare sempre più ridotto ad una dimensione di carattere tecnico priva di quella visione culturale che ha dato linfa alla nascita della CECA prima, e della CEE poi, tra 1951 e 1957. La solidarietà tra Stati membri – uno dei valori che il Trattato sull’Unione Europea (art.3) mira a promuovere [3] – sembra non essere più un principio guida dell’agire politico. Le varie crisi migratorie ne sono l’esempio più eclatante. Da cosa può dunque rinascere una spinta ideale che porti nuova linfa ad un progetto, quello europeo, nato dalla messa in comune della produzione di carbone ed acciaio di due paesi come Francia e Germania (nonostante le due Guerre Mondiali)? Può una minaccia comune rappresentare uno “strumento” di maggiore coesione?

Spostando il focus dallo scenario europeo a quello internazionale, risulta evidente il prevalere di un linguaggio che fa dell’uso della forza il proprio punto di riferimento. La tendenza caratterizza non solo i player globali ma anche quelli regionali (Turchia, Azerbaijan), che si sentono nelle condizioni di mutare gli equilibri a proprio vantaggio poiché le grandi potenze hanno perso la capacità di frenarne gli impulsi/non hanno interesse a spendere energie. Questi segnali ci raccontano di un sistema internazionale liberale che si regge su di una architettura istituzionale non più in grado di riflettere la realtà, gli equilibri tra paesi e le esigenze di attori che 80 anni fa non avevano il peso che oggi hanno (India, UE, Golfo). Sembra necessario lo sviluppo di un nuovo modello di relazioni internazionali. Nella transizione verso questo nuovo paradigma, ci troviamo nel bel mezzo del caos; siamo destinati ad una spirale precipitosa degli eventi verso una maggiore aggressività, in un’arena internazionale caratterizzata dall’assenza di regole comuni (“Il mio limite all’uso della forza è la mia morale”, affermava il Presidente Trump qualche settimana fa), o c’è qualcosa che possa quantomeno limitare questa tendenza? Quale forma può assumere il nuovo sistema internazionale, data l’incapacità di quello attuale di stare al passo coi tempi?

Redazione culturale Rete Popolare

Link per iscrizioni: Dove stai andando occidente? Prospettive per l’Europa in in tempo di crisi Tickets, Saturday, Mar 21 from 10:30 am to 11:30 am | Eventbrite

[1] Defending Europe Without the United States: Costs and Consequences, ISS

[2] Il futuro del riarmo, ISPI, 2026

[3] Trattato sull’Unione europea

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