L’export italiano mantiene un trend di crescita (+3,3%) nonostante il contesto segnato da un’elevata instabilità geopolitica internazionale e raggiunge quota 643 miliardi di euro con un valore del surplus commerciale che supera i 50 miliardi di euro. A trainare le esportazioni è in particolare il settore farmaceutico (+28,5%), seguito da nautica, meccanica, alimentare (+6,3%) e trasporti. Il “Made in Italy” rimane dunque competitivo anche grazie alla capacità delle imprese di adattarsi al cambiamento come conferma la quota di export italiana sul totale delle esportazioni mondiali, rimasta costante (2,8-2,9%) nel corso degli ultimi 15 anni.
Eppure non mancano le criticità, prima fra tutte la riluttanza delle aziende italiane ad affacciarsi su nuovi mercati. Il numero delle aziende esportatrici italiane non aumenta e, da anni, oscilla tra le 130.000 e le 140.000 unità e tra queste, le esportatrici abituali (con 3 anni consecutivi di export) superano di poco le 80.000 unità. In media, oltre la metà dell’export è riconducibile a circa 2.000 grandi aziende.
E non è tutto, l’export italiano fatica ad ampliare gli orizzonti mentendosi fortemente orientato ai mercati europei – soprattutto verso Paesi UE, Svizzera e Regno Unito – con l’unica eccezione degli Stati Uniti, tradizionale mercato di sbocco per il Made in Italy che ha comunque registrato una crescita del +7,2% nel 2025, nonostante i dazi. Fattori che, letti nel contesto attuale di instabilità, possono dirsi positivi, ma che indicano come la diversificazione dei mercati sia ancora un obiettivo lontano per le imprese italiane.
Un dato significativo riguarda poi il posizionamento dell’Italia soltanto al quattordicesimo posto fra i Paesi esportatori di servizi. Sono infatti i beni a rappresentare ancora la fetta più grossa dell’export italiano. L’esportazione di servizi, con percentuali di crescita rilevanti, sta contribuendo in maniera determinante all’incremento degli scambi internazionali.
Un contesto che è stato esaminato nell’indagine condotta da IMIT (Italian Managers for International Trade), associazione che riunisce i professionisti dell’export, su un campione di export manager per un portafoglio rappresentativo di più di 400 aziende. Oltre alla carenza di una vera cultura dell’internazionalizzazione emergono, come principali criticità per lo sviluppo sui mercati esteri, le barriere (tariffare e non tariffarie), i costi della logistica e, naturalmente, l’instabilità internazionale.
Fra le azioni proposte da IMIT per superare gli ostacoli che impediscono o rallentano la crescita delle pmi sui mercati esteri la formazione assume un ruolo primario per riuscire ad impostare una efficace strategia di internazionalizzazione. Accanto a questo, viene suggerita una maggiore attenzione alla definizione di una politica commerciale europea verso i Paesi terzi, con accordi per l’applicazione degli strumenti di difesa commerciale.
Infine, IMIT identifica tre iniziative di carattere sistemico: la definizione di un ‘Indice di maturità’ per l’internazionalizzazione; l’introduzione di un ‘Protocollo nazionale per l’internazionalizzazione delle pmi’ e l’istituzione di un ‘Fondo per il salto dimensionale e managerializzazione internazionale’ per superare l’approccio occasionale all’export, basato su un programma di co-investimento tra Stato e impresa per l’inserimento stabile (24-36 mesi) di Export Transformation Manager nelle aziende.
Micol Mulè






