venerdì, Febbraio 23, 2024
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    Il Made in Italy ha ancora la qualità di un tempo?

    Il Made in Italy ha ancora la qualità di un tempo?
    Il Made in Italy è uno dei brand più conosciuti al mondo, da sempre sinonimo di qualità e di artigianalità, una risorsa di grande valore culturale e identitario. Ma è ancora così?
    Da imprenditrice mi trovo spesso a confrontarmi con aziende produttive, le quali lamentano la difficoltà nel reperire manodopera qualificata. Io stessa importo e commercializzo abbigliamento da lavoro e antinfortunistica, accade talvolta, di dover realizzare capi tailor made, capi su misura e di affidarmi ad aziende artigianali locali. A malincuore, devo ammettere che la differenza qualitativa tra il prodotto importato e quello italiano è notevole, a discapito di quest’ultimo: cuciture poco resistenti, vestibilità sbagliata, le varie parti dei capi assemblate in maniera errata.
    Il problema principale di questo declino qualitativo è dovuto alla mancanza di giovani qualificati e all’invecchiamento della popolazione attiva con conseguente mancanza di ricambio generazionale competente. Questo ha portato ad una carenza di artigiani, maestri e tecnici specializzati, che rappresentano una risorsa fondamentale per il mantenimento del know-how e della tradizione artigianale italiana.
    Le cause sono molteplici: innanzitutto la scarsa attrattiva del modo del lavoro in Italia che offre stipendi da fame, con conseguente fuga dei talenti all’estero; l’incapacità da parte degli istituti scolastici tecnici di formare i giovani adeguatamente; la carenza dell’offerta di percorsi formativi specializzati, soprattutto nel settore artigianale e tecnologico; la diminuzione degli investimenti in formazione e ricerca, con una riduzione dei finanziamenti pubblici e privati destinati all’istruzione e alla formazione professionale.
    A conferma di ciò, conosco aziende che autofinanziano all’interno dei propri stabilimenti, scuole di formazione per i giovani che avranno così un posto di lavoro garantito. Per sopperire alla mancanza di tecnici specializzati, le aziende impiegano l’automazione e la robotizzazione di buona parte dei processi produttivi, che se da un lato portano l’azienda a catapultarsi nel futuro e nell’industria 4.0, dall’altro eliminando l’intervento dell’uomo, sopprimono la specificità con conseguente appiattimento della diversità e delle abilità. Diversità che ci ha sempre contraddistinti nel mondo per la creatività e l’originalità delle nostre idee e dei nostri prodotti.
    A confronto con gli anni del boom economico in Italia, dal dopoguerra in avanti, in cui l’artigianato e la produzione di alta qualità erano al centro dello sviluppo economico del Paese e l’industria italiana si basava su una rete di piccole e medie imprese artigianali, che producevano prodotti di alta qualità grazie alla grande competenza dei loro artigiani, oggi tutto ciò sembra essere scomparso.
    Per affrontare questa situazione, che senza interventi, porterà il Made in Italy al declino, è fondamentale investire nella formazione dei giovani, attraverso il potenziamento dei percorsi specializzati e la promozione di programmi di apprendistato e tirocini formativi presso le imprese. Bisognerebbe che la tecnica fosse approcciata secondo il significato etimologico della parola: tecnica deriva dalla parola greca téchne” e abbraccia un ambito più ampio di quello a cui viene circoscritta oggi, un ambito che contempla la maestria, l’arte di sapere fare bene qualcosa, come ad esempio saper cucire un vestito o saper cuocere il pane. In questo modo, i giovani potrebbero acquisire le competenze e le conoscenze necessarie per svolgere lavori specializzati e per contribuire alla crescita dell’industria italiana.
    Auguriamoci che chi ci governa comprenda queste necessità impellenti – il declino della qualità del Made In Italy è una sfida per l’economia italiana che dobbiamo assolutamente affrontare – e si applichi per risolverle dando una speranza nel futuro ai nostri giovani e per dare al nostro Paese la competitività che merita sui mercati globali.
    Patrizia Zito

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