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giovedì, 29 Ottobre, 2020
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Un’azienda in controtendenza: intervista ad Alessandro Bernini

Alessandro Bernini, 30 anni, una formazione classica alle spalle sfociata in una laurea in Giurisprudenza alla Cattolica di Milano. Oggi ricopre il ruolo di responsabile commerciale nell’azienda di famiglia, la Litocartotecnica IVAL S.p.A., cui è arrivato dopo una gavetta iniziata nel reparto di lavorazione e successivamente proseguita nella programmazione di produzione. Ci racconta di un’azienda in controtendenza, capace di precorrere e cogliere i segnali dei tempi. Una lungimiranza che, oggi più che mai, ha permesso di reggere gli urti dell’emergenza sanitaria, trasformando la crisi in opportunità di crescita, anche per i propri dipendenti.

La storia di IVAL affonda le sue radici nel 1954. Come è iniziato tutto?

L’azienda nasce dall’idea di mio nonno, originario della campagna mantovana, che all’epoca decise di spostarsi in città per cercare maggiori opportunità lavorative. Gli si presentò l’occasione di rilevare una piccola litografia nel centro di Mantova e da lì iniziò l’attività con 4 collaboratori. Nel corso degli anni l’azienda si è sviluppata, spostandosi sul territorio di Curtatone, dove è rimasta fino a 6 anni fa prima di essere trasferita nel nuovo stabilimento, che ad oggi occupa 125 persone. Dopo 60 anni mio nonno realizza quello che era il suo sogno da tempo, ovvero passare dai tre reparti produttivi dell’azienda suddivisi in altrettanti stabilimenti, ad un’unica sede che permette un ciclo di lavoro grazie alla sua struttura circolare, quindi ingresso merce, lavorazione, magazzino materia finita con logistica centrale.

In che modo si è sviluppata l’attività da allora ad oggi?

Nel 1954 ha iniziato con la produzione di scatole per il reparto tessile, seguendo quelle che erano le tendenze dell’epoca. Si è sviluppata sempre nello stesso settore fino alla fine degli anni’80, seguendo quello che era il trend dei calzifici, data anche la vicinanza al polo produttivo di Castel Goffredo e il legame che c’era con alcuni imprenditori. A inizio degli anni ’90 si è iniziato a capire che i calzifici iniziavano a delocalizzare le produzioni e questo ha costituito la svolta per intraprendere la strada del settore alimentare.

Un settore che non conosce crisi. È ancora oggi il vostro core business?

Ad oggi il 70% della produzione è impegnato nell’alimentare. È stata una scelta anche per seguire quello che è il made in Italy e intuendo, con lungimiranza, che il settore alimentare doveva rimanere in Italia, a differenza di altri settori che stavano portando tutto oltre confine. Ci siamo dedicati prevalentemente a quello, in modo particolare sulla ricerca di certificazioni per i contatti alimentari, seguendo tutti i vari step che ci hanno portato ad essere un punto di riferimento per quelle aziende che hanno necessità di inscatolare i propri prodotti passando da un flow pack ad un pack in cartoncino. Oggi siamo i primi fornitori nel nord Italia anche di Barilla, che ci ha aiutato non poco a crescere.

I prodotti di punta?

Sono soprattutto gli astucci per la pasta, per il riso e per la dolciaria. Quest’ultima richiede lavorazioni particolari, come possono essere le varie nobilitazioni – ad esempio serigrafia e rilievi -per tutti quei prodotti che il settore dolciario cambia di anno in anno, affidandosi a noi per ciò che concerne progettazione, studio e sviluppo dei pack più dettagliati legati ai vari eventi, come le festività e altre occasioni particolari. Fondamentalmente il nostro prodotto maggiore è legato alla pasta, gli astucci per pizze surgelate che copre un buon 20% della produzione.

Che ruolo gioca la sostenibilità ambientale nella vostra azienda?

Abbiamo perseguito l’obiettivo di sostenibilità in modo particolare da quando siamo nel nuovo stabilimento, soprattutto attraverso l’efficientamento delle macchine, l’efficientamento energetico e la ricerca per quanto riguarda i prodotti. A fronte di un aumento che sfiora il 30% della lavorazione di questo periodo, siamo andati addirittura a risparmiare dell’energia, segno che gli investimenti fatti sulle macchine sono stati fruttuosi. Abbiamo sempre sott’occhio lo smaltimento, tutto quello che può essere il recupero dei materiali di scarto, che infatti vengono riciclati direttamente o mandati al riciclo. Non viene sprecato nulla, soprattutto la carta che può essere sempre riutilizzata.

Lavorando prevalentemente con il settore alimentare siete stati tra le poche aziende aperte durante i mesi più critici dell’emergenza sanitaria. Che impatto avete avuto?

Avendo più del 70% della produzione sull’alimentare abbiamo avuto un carico di lavoro importante, tanto da dover arrivare a lavorare 7 giorni su 7, festività comprese, durante il periodo di lockdown, in quanto la richiesta alimentare è stata esagerata. Da un certo punto di vista è stata una fortuna, ma la nostra vera fortuna è stata di avere dei collaboratori che non si sono tirati assolutamente indietro, anzi, hanno capito il momento di bisogno e ci hanno permesso di portare a quasi +25/30% il nostro carico di lavoro nel quadrimestre clou del lockdown. Non abbiamo risentito direttamente dell’impatto della crisi, solo ora avvertiamo un lieve calo del lavoro.

Come siete riusciti ad affrontare la situazione?

Tramite delle ricerche fatte quando già si vociferava verso dicembre di qualcosa nell’aria, mia zia che segue tutta la parte di qualità, personale e sicurezza sul lavoro, ha ritenuto opportuno procurare i primi dispositivi di protezione individuale – mascherine, guanti – perciò, quando a gennaio iniziava ad esserci una seria preoccupazione, noi eravamo pronti e siamo riusciti a tamponare la prima ondata in questo modo. Disponendo poi di un laboratorio inchiostri al nostro interno, ne abbiamo adibito una parte alla produzione del nostro gel sanificante da utilizzare sulle macchine dopo ogni passaggio. Nel primo giorno di lockdown, i lavoratori del primo cambio turno si sono presentati dicendo che non si sentivano sicuri, ma davanti ai loro armadietti hanno subito trovato mascherine e guanti insieme alle indicazioni su come procedere per i cambi delle macchine, quindi hanno compreso che erano già stati messi nelle condizioni per poter lavorare in piena sicurezza. All’ingresso e ad ogni cambio turno, l’addetto di reparto controllava la temperatura e forniva i nuovi dispositivi di protezione individuale. Abbiamo avuto un tasso di malattie del 100% inferiore rispetto all’anno scorso, quest’anno non si è ammalato nessuno.

Visto che il periodo non si prospetta dei migliori, quali sono le vostre previsioni?

È vero che non si prospetta il migliore dei periodi, ma dal nostro punto di vista vediamo che il timore di un possibile lockdown totale o mascherato da quarantena preventiva, sta portando ad un rialzo dei volumi di scorte soprattutto a magazzino. Quindi il cliente sta continuando ad ordinare su volumi che nel periodo di agosto/settembre, quando si pensava ad un calo della pandemia, erano diminuiti, ora stanno tornando sui volumi di maggio/giugno. C’è un po’ di timore per una possibile chiusura, però vedo anche tra i miei colleghi un senso di fiducia soprattutto su quelle che sono le misure preventive generali.

Quali saranno i vostri passi?

Sicuramente indirizzeremo le vendite su determinati settori specifici. Abbiamo visto un calo drastico sul settore del beverage, di tutto quello che è legato alle bibite da bar e locali che sono stati chiusi, così come il luxury che in questo momento non è la preoccupazione prima del cliente.

Su cosa punterete, anche alla luce delle mutate esigenze del cliente?

Abbiamo dedicato più spazio macchina a tutti i prodotti di consumo base, quindi pasta piuttosto che bicarbonato – che è andato letteralmente a ruba – insieme a caffè, riso e preparati. Abbiamo visto un aumento incredibile sui preparati per dolci, per pane e pizza. C’è stata un’evoluzione, partendo dalla fine dello scorso anno a inizio 2020 abbiamo notato un forte aumento su tutto quello che era il “pronto food”, durante il lockdown invece – e anche adesso sta proseguendo una coda di questo trend – è proprio il preparato base ad essere ricercato. Tanta gente rimanendo in casa si è riavvicinata al gusto di cucinare e quindi ha modificato le esigenze. Come azienda poi ci siamo dati l’obiettivo, entro il 2021, di passare almeno una dozzina di collaboratori da interinali a tempo indeterminato per far fronte all’aumento del carico di lavoro. Negli ultimi tre anni abbiamo assunto 25 persone in più perché crediamo fermamente che le opportunità non solo ci sono, ma si creano anche attraverso la formazione e l’assunzione di nuovi collaboratori, perché da soli non si fa nulla.

 

 

Micol Mulè

 

 

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