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giovedì, 22 Ottobre, 2020
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Chi ha paura della meritocrazia?

Gli economisti che piacciono agli economisti che piacciono hanno un problema: la meritocrazia è divenuta scomoda. L’idea che nella vita devi impegnarti per ottenere qualcosa toglie un elemento fondamentale, direi vitale, dal tavolo. La possibilità per lo Stato di decidere di regalare risorse a chi vince il premio simpatia dell’anno, togliendole a chi produce. Quindi bisogna assolutamente togliere dal tavolo questo ingombrante concetto definito «trappola», dal giurista di Yale Daniel Markovitz e una «tirannia», dal filosofo di Harvard, Michael Sandel. Estiquaatsi, grande capo indiano creato da Lillo e Greg ancora non si è pronunciato sul tema. Ma valeva comunque la pena citarlo.

 

Alcuni errori di metodo

 

Da un lungo articolo del Sole 24 Ore (https://www.ilsole24ore.com/art/e-se-sostituissimo-metro-merito-quello-dignita-ADipWTq) possiamo scoprire da dove nasce la repulsione. Per questa gente meritocrazia significa che se hai i soldi te li sei meritati. Idem dicasi per il successo. Una sorta di predestinazione Calvinista fuori tempo massimo.

 

“La «simmetria delle valutazioni» è una delle conseguenze, se non logiche, certamente psicologiche, che la retorica meritocratica si porta dietro e che ci induce a pensare che se, da una parte, il successo, la fama e la ricchezza, premiano l’impegno e il merito, dall’altra, l’insuccesso, l’irrilevanza e la povertà, sono le giuste ricompense della mancanza di impegno”

 

Ovviamente questa non è meritocrazia, che è invece l’idea che vada premiato, appunto, il merito. E che per farlo si debbano trovare criteri oggettivi. Che è poi il punto controverso: se si decide che solo chi porta a casa determinati risultati deve avere l’aumento e non “tutti” o “le categorie svantaggiate” lo Stato, gli intellettuali e tutti i produttori di fuffa uniti a che servirebbero?

 

Quindi cerchiamo di dire che la meritocrazia è psicologicamente devastante. Oltre oceano sono già avanti: è sicuramente razzista e sessista. Ecco, quindi dobbiamo staccarcene. Altrimenti come facciamo a far fare ai politici l’unica cosa che da 150 anni ci preme, ovvero distruggere il libero mercato?

 

Il vero bersaglio

 

Che, non ve ne eravate accorti? Ma chiaro che sì, il problema era ovviamente il mercato:

 

“È chiaramente un concetto senza senso, che nasconde una logica senza senso perché basata su un equivoco di fondo: il valore delle remunerazioni emergente nella logica di mercato è contingente a una miriade di condizioni esterne che influenzano domanda e offerta modificando i prezzi e i salari di equilibrio, ma che nulla hanno a che fare con il valore dell’opera generatrice di un lavoratore, con il senso di ciò che egli fa e con la dimensione del suo contributo all’avanzamento del bene comune.”

 

Ok, usciamo dalla fuffa e andiamo al punto. Il mercato non è la società. Perché, innanzitutto, il mercato esiste e la società, come ci insegna Margareth Thatcher, no. In seconda battuta, la società è grande quanto l’intellettuale scampato al giusto fato che gli era stato assegnato, il fast food, decide esserlo. Quindi non è uniforme, non è paragonabile ed in ultima analisi abbastanza aleatoria da risultare inutile. Quando si parla di società, qui come altrove in questi poderosi ragionamenti si intende una cosa sola: Stato.

 

Il lavoro, per chi lo compie ha sicuramente una dignità. Nessun liberale lo nega. Il socialista, però, intende con determinazione farla pagare al cliente. Perché, ed anche qui è il vero obbiettivo, si intende ridurre gli acquisti, incanalarli, in maniera che si comprino solo le cose che l’intellettuale, il politico o il sociologo ritengono utili. Quindi i prezzi possono salire. Devono salire. Per poi divenire insostenibili e quindi sparire, sostituiti da una distribuzione pubblica. No, non è scritto da nessuna parte, ma il valore-lavoro è là che arriva: nella società senza classi dove tutti hanno tutto quello che SERVE. E ciò che serve lo decideranno gli illuminati intellettuali dalle loro sfarzose dacie. Siamo sempre là, in un modo o nell’altro.

 

In conclusione

 

La meritocrazia non è perfetta, i criteri scelti non vengono dal Creatore. Ma essere imperfetta non è un buon motivo per rompere il rapporto tra premio e azione umana. Il premio, idealmente, lo dovrebbe consegnare solo il mercato, ma laddove il mercato non ci sia (difesa, giustizia, sicurezza ad esempio) meglio un sistema con molti pregi e qualche difetto di questo salto all’indietro nel tempo. In cui il benevolo legislatore prezza la tua dignità e ne scarica il costo su una platea cui sottrae parte del guadagno in virtù del monopolio della violenza. Ecco perché, anche su concetti che dovrebbero essere ormai accettati, non possiamo smontare la guardia. Ci sarà sempre qualcuno che vuole erodere le fondamenta della società per costruirne una a sua immagine e somiglianza. Con tutti i disastri connessi.

 

Luca Rampazzo

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