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venerdì, Aprile 23, 2021
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Pensioni si esplora il dopo Quota 100

Pensioni si esplora il dopo Quota 100

 

L’incontro tra sindacati e governo per capire come riformare il sistema delle pensioni.

All’inizio del 2022 finirà il periodo triennale di sperimentazione di Quota 100 e il governo dovrà decidere il da farsi, motivo per cui oggi martedì 8 settembre il tema pensioni è uno degli argomenti principali dell’incontro tra governo e sindacati.

L’obiettivo di Palazzo Chigi è quello di prorogare e se possibile ampliare l’Ape sociale e l’Opzione Donna oltre a definire tutte le misure necessarie da inserire nella legge di bilancio.

Il tema è delicato perché ci sono diverse criticità. Da un lato la necessità di riformare un sistema senza sconquassare le finanze. Dall’altro lato c’è la spinosa questione dell’adeguamento automatico delle pensioni anticipate alle aspettative di vita. Adeguamento che è stato bloccato fino al 2026.

Una delle opzioni sul tavolo è quella di implementare un meccanismo di flessibilità in uscita che però ha un certo prezzo. L’idea è di rendere possibile andare in pensione a 62, 63 anni oppure dopo 38 anni di contributi ma con una riduzione della quota spettante. Ciò comporterebbe infatti l’aggancio a sistema contributivo puro e dunque una contrazione del trattamento pensionistico che oscillerebbe tra i 2,8 e i 3 punti percentuali per ogni anno di anticipo sulla soglia della vecchiaia che ad ora è fissata a 67 anni. All’inizio del 2022 finirà il periodo triennale di sperimentazione di Quota 100 e il governo dovrà decidere il da farsi, motivo per cui oggi martedì 8 settembre il tema pensioni è uno degli argomenti principali dell’incontro tra governo e sindacati.

L’obiettivo di Palazzo Chigi è quello di prorogare e se possibile ampliare l’Ape sociale e l’Opzione Donna oltre a definire tutte le misure necessarie da inserire nella legge di bilancio.

Il tema è delicato perché ci sono diverse criticità. Da un lato la necessità di riformare un sistema senza sconquassare le finanze. Dall’altro lato c’è la spinosa questione dell’adeguamento automatico delle pensioni anticipate alle aspettative di vita. Adeguamento che è stato bloccato fino al 2026.

Una delle opzioni sul tavolo è quella di implementare un meccanismo di flessibilità in uscita che però ha un certo prezzo. L’idea è di rendere possibile andare in pensione a 62, 63 anni oppure dopo 38 anni di contributi ma con una riduzione della quota spettante. Ciò comporterebbe infatti l’aggancio a sistema contributivo puro e dunque una contrazione del trattamento pensionistico che oscillerebbe tra i 2,8 e i 3 punti percentuali per ogni anno di anticipo sulla soglia della vecchiaia che ad ora è fissata a 67 anni.

 

 

Simone Fausti

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