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giovedì, 1 Ottobre, 2020
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Ecco i soldi del Recovery Fund, una proposta fuori dal coro su come gestirli

Premessa sul Recovery Fund (ormai nota a tutti)

Alla fin fine e forse un po’ inaspettatamente la Commissione europea ha scoperto le carte e presentato la sua proposta per il Recovery Fund. Riassumiamo i termini della questione anche se ormai credo tutti abbiamo letto e riletto sulla stampa la bella novità e le sue coordinate.

Si tratta di un fondo di 750 miliardi da attivare a partire dal 2021 ed utilizzare entro il 2027, ovvero entro i termini della prossima programmazione dei Fondi Europei. La provvista è formata da 500 miliardi a fondo perduto e da 250 a prestito agevolato, quindi questa seconda quota andrà restituire all’UE da parte degli Stati beneficiari. L’Italia avrà una quota di circa 81 miliardi a fondo perduto ed una quota di prestito nell’ordine di 91 miliardi, per un totale di 172 miliardi.

Vero è che il tutto va ancora deliberato all’unanimità da parte del Consiglio Europeo, ma il fatto che la signora Von Der Leyen sia già uscita allo scoperto fa immaginare che l’accordo anche con i cosiddetti Paesi frugali – Austria, Olanda e Svezia su tutti – sia definito. Probabilmente i meriti dell’Italia non sono poi molti, a dare una mano alla Commissione europea ci avevano pensato in primis la cancelliera Angela Merkel e il presidente Emmanuel Macron quando si sono schierati a favore di un Fondo da 500 miliardi da ottenere attraverso l’emissione comune di bond europei. Una scelta coraggiosa ed appunto inaspettata soprattutto da parte della cancelliera: l’Italia si è accomodata ovviamente e giustamente sul carro dei vincitori.

La proposta della Commissione rappresenta comunque il punto fermo attorno al quale si dipaneranno le negoziazioni. Le questioni cruciali sono: quanti soldi mette sul piatto l’UE? Dove troverà questi soldi? A chi verranno dati e a quali condizioni?

 A quanto ammonta il Fondo e dove si reperiscono i fondi

La cifra di 750 miliardi di euro da distribuire ai Paesi membri davvero non ha precedenti nella storia dell’UE. Per reperire questi soldi verrà fatta una emissione comune di bond, ovvero i famosi Eurobond, tramite un’iniziativa denominata enfaticamente “Next generation EU”. Sul mercato questi bond saranno molto appetibili avendo una ‘tripla A’ e si potranno pagare sugli stessi da parte dell’emittente bassissimi tassi di interesse; per ripagare nel tempo tali emissioni l’UE prevede di attingere nuove risorse proprie dalla ‘plastic tax’, dalla tassazione dei giganti del Web e dalla riforma dello European Trading Scheme (il meccanismo di allocazione, a pagamento, dei permessi di inquinamento per le grandi aziende). Ovviamente la parte prestito sarà invece ripagata dagli Stati membri che ne hanno usufruito.

Dunque è da ribadire che alla scadenza dei titoli emessi, il ripagamento spetterà alla Commissione europea e non ai singoli Paesi. La Commissione prevede un periodo d’ammortamento a scadenza fra il 2028 ed il 2058.

 A chi andranno i soldi e per quali spese possibili

In merito a quanto verrà dato a ciascun paese membro, la Commissione prevede un meccanismo di allocazione (‘allocation key’) che riconosce da una parte che la crisi sanitaria ha colpito in egual misura tutti i Paesi membri, ma sta producendo invece effetti diversi dal punto di vista economico, dove i Paesi del Sud dell’UE sembrano molto più in affanno. La graduatoria delle attribuzioni di fondi dovrebbe essere la seguente:

  1. Italia

  2. Spagna

  3. Polonia

  4. Francia

Queste 4 nazioni faranno la parte del leone con oltre 100 miliardi a testa per Italia e Spagna.

A fronte di ciò, l’Olanda potrà avere circa 6,7 miliardi e l’Austria solo 4 miliardi!

Gli obiettivi da perseguire saranno legati a quelli che la Commissione chiama i tre pilastri.

Primo: supportare gli investimenti e le riforme realizzate dagli Stati membri per rilanciare la crescita. Questo avverrà principalmente attraverso la “Recovery and Resilience Facility” che potrà contare su circa 560 miliardi da distribuire sia attraverso contributi sia attraverso prestiti. La Commissione indica che la verifica della qualità della spesa e delle riforme adottate da ciascun paese membro beneficiario dei fondi debba avvenire nell’ambito del ‘tradizionale’ Semestre europeo (il meccanismo con il quale i Paesi membri coordinano le loro politiche economiche, occupazionali e di bilancio) attraverso la presentazione di opportuni “National Recovery Plans” che diano un preciso piano di spesa e descrivano le riforme realizzate e/o da realizzare/completare. Per l’Italia le priorità, stando ai primi rumors, potrebbero essere: riforma del sistema fiscale, riforma del mercato del lavoro, maggiore efficienza della pubblica amministrazione (inclusa l’istruzione e soprattutto la digitalizzazione) e riduzione dei tempi della giustizia. Il primo pilastro racchiuderà la maggior parte dei fondi disponibili.

C’è in questo Programma un’enorme novità rispetto al passato, a partire per esempio da come era stata trattata la crisi della Grecia. Non si parla più soltanto di ‘tagli’ quanto piuttosto di controllo e di qualità della spesa; questa andrà infatti indirizzata verso una crescita più equa e sostenibile e accompagnata da riforme capaci di incidere sulle potenzialità di crescita del paese. Non solo lacrime e sangue, ma anche sviluppo!

Secondo: incentivare gli investimenti privati e incanalarli verso le aziende in difficoltà. Si potrà contare su 31 miliardi che, nelle intenzioni della Commissione, dovrebbero mobilizzare investimenti fino a 300 miliardi. Altri 15 miliardi invece saranno utilizzati per mobilizzare investimenti privati (fino a 150 miliardi) finalizzati ad accrescere l’autonomia strategica dell’UE nel campo delle nuove tecnologie e delle catene del valore.

Terzo: “EU4Health Programme”, che con circa 9,4 miliardi investirà nella prevenzione delle epidemie e nell’acquisto di medicine e strumenti medicali.

La proposta per la gestione

È tristemente nota la difficoltà di gestire i soldi dei Programmi comunitari da parte di alcuni Stati membri e soprattutto di alcune Regioni degli stessi Stati. Chi di noi non ha sentito il classico refrain: la regione tal dei tali (non facciamo nomi, ma quasi tutte sono coinvolte) non ha speso i soldi dei Fondi Europei e si appresta a doverli restituire, i Fondi sono stati mal spesi e vanno recuperati perché finiti nelle mani sbagliate, scoperta truffa colossale sui Fondi europei, etc, etc.

È altresì noto che fin dagli albori dell’UE i Fondi da distribuire si dividono in due grandi categorie: i Fondi Strutturali e ed i Fondi a gestione diretta.

I fondi strutturali sono destinati dall’UE a dei corpi intermedi – in Italia le Regioni – che secondo linee guida centrali e suggerite dalla stessa UE vengono però gestiti in autonomia da tali Enti: pensiamo ai noti Fondi per la formazione (FSE, Fondo Sociale Europeo), ai fondi per lo sviluppo industriale ed infrastrutturale (FESR, Fondo Europeo Sviluppo), ai fondi per l’agricoltura e l’agroindustria (PSR, Piano di Sviluppo Rurale).

Poi vi sono i Fondi diretti che l’UE non ha devoluto come gestione ai corpi intermedi, ma ha sempre gestito centralmente da Bruxelles: pensiamo ai Fondi Horizon per la Ricerca e Sviluppo ed ai Fondi Erasmus Plus per la formazione e la mobilità fra i Paesi membri.

Ora, fatta questa debita premessa e classificazione, giova ricordare uno studio che girava circa 7-8 anni fa, emanato da Bruxelles e mai reso davvero pubblico, forse per la dirompenza dei dati ivi contenuti, e che andava a dare delle pagelle suddividendo le performances fra i 2 tipi di gestione sopradescritta: ebbene, i risultati erano eclatanti. Mentre per i Fondi Diretti l’indice di performance era pari a circa lo 0,96 (ovvero su un euro stanziato il 96% atterrava nelle casse del cosiddetto end user / utilizzatore finale e solo lo 0,04 era destinato alle spese di gestione del Fondo stesso), per i Fondi Strutturali lo stesso indice era pari a circa lo 0,54: ogni euro destinato all’end user perdeva 0,46 nei meandri della burocrazia e gestione da parte dell’Ente preposto (nota bene: tale impatto demoralizzante era stato verificato a livello europeo, non certo ascrivibile dunque solo ad una colpa italiana).

Ciò è frutto di una concezione della valutazione e del modus operandi completamente diverso attuato a livello centrale dall’UE. I progetti infatti vengono valutati senza chiedere alcun tipo di elemento burocratico: no marche da bollo, no carte d’identità, no certificati antimafia, si valuta solo il progetto. Poi, solo per i progetti finanziabili, si avvia la burocrazia necessaria, ridotta comunque al minimo. Sembra banale, ma provate voi a fare una domanda ad un Ente domestico: impazzirete di certificazioni e documenti da produrre prima ancora di parlare del progetto per il quale chiedete il contributo …

Allora la cosa più importante secondo me sarebbe quella di dire all’Unione Europea: grazie, dateci i soldi, ve ne siamo davvero grati, ma per favore gestiteli voi per nostro conto, altrimenti sappiamo già come andrà a finire. Sarebbe una grande prova di maturità ed onestà intellettuale.

Enrico Viganò – Europartner

www.europartnr.it

euro.fin@europartner.it

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