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sabato, 26 Settembre, 2020
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Disabilità e impegno sociale: intervista ad Alberto Torregiani

Nel progetto di Alberto Torregiani un’inversione di prospettiva, dove l’accessibilità dell’ambiente diventa strumento di valore e risorsa collettiva.

Alberto Torregiani, da quel drammatico 16 febbraio del 1979 la sua vita ha a che fare con la disabilità. Come si è evoluta la sua percezione da allora?

Parliamo di tantissimi anni fa, la disabilità negli anni ’80 era vista in modo totalmente diverso da come è oggi. Il pensiero principale era quello del fabbisogno, della sopravvivenza, dovevi crearti un mondo tutto tuo per poter vivere la quotidianità. Era un argomento poco sentito e conseguentemente poco discusso. La disabilità non aveva un impatto sociale, non veniva percepita come normale l’esistenza di disabili in carrozzina che si muovono in città. Questo era il mondo degli anni ‘80/’90, poi piano piano le cose sono un po’ migliorate, si è cominciato a parlare e a dare più peso sociale a questa situazione fino ad arrivare al giorno d’oggi. Infatti il Piano di Eliminazione delle Barriere Architettoniche (PEBA) è previsto dalla legge finanziaria del 1986, in particolare dall’art. 32, comma 21 e 22 della legge n.41/86. Siamo parecchio lontani.

Nel corso degli anni è maturato da parte sua un impegno sociale sul tema della disabilità. Come si è declinato?

Se sei in carrozzina ti poni ovviamente il problema di come gestire la tua vita, devi ricrearti tutti i tuoi canoni e convivere con condizioni architettoniche e urbanistiche che molto spesso sono invalidanti per un disabile perché non consentono l’accesso. Capita nel quartiere, ma anche in vacanza dove devi trovare un luogo compatibile con le tue condizioni. Questa situazione è andata avanti per molti anni. Poi nel 2014 c’è stata la svolta, una sera vado a mangiare una pizza con alcuni collaboratori in un ristorante che ha tre gradini all’ingresso, difficilmente accessibile per un disabile. A quel punto mi sono posto il problema di mettermi dalla parte del normodotato e ragionare sulla disabilità, cosa che fino ad allora non avevo mai fatto perché ci convivo quotidianamente. Da lì è nato il ragionamento, guardando la realtà per quella che è, bisogna riconoscere che a livello urbanistico e architettonico il 90% delle strutture non è adatto alla disabilità. Così ho capito che era necessario fare qualcosa e ho iniziato ad addentrarmi nelle normative riguardanti le barriere architettoniche che fino ad allora non avevo mai approfondito. C’è un disastro.

In che senso?

Il PEBA è qualcosa di grande perché pone grandissimi problemi, ma la legge è strutturata malissimo. Gli enti locali devono applicare la normativa che è complicatissima, devono prima effettuare un monitoraggio del territorio per individuare le barriere architettoniche e poi provvedere ad un piano per rimuoverle entro un certo periodo di tempo, pena sanzioni. Il monitoraggio viene fatto senza grossi problemi perché non ha grandissimi costi, ma poi quando si tratta di passare alla progettazione e all’attuazione, spesso il piano si arena per le difficoltà di bilancio dei Comuni che danno così priorità ad altre aree. E lì si ferma. Allora ho cercato di capire come poter sbloccare questa situazione, e dopo vari studi e analisi è nato il progetto FAPI, Fare Piano Invalidi che sto portando avanti da ormai quattro anni e che si sta cercando di attivare nelle sedi opportune. C’è di fatto un cambio di passo perché nasce con lo scopo di attuare quelle leggi e normative di equiparazione sociale in ambito urbanistico, rivoluzionando le modalità attuative, affiancando la società civile alle pubbliche amministrazioni nel creare sinergie collaborative nei piani di eliminazione delle barriere architettoniche. Lo scopo non è esclusivamente il loro abbattimento per chi ha difficoltà motorie, ma è rendere le nostre città vivibili e accessibili ad ogni cittadino. Questo è il senso del perché applicare il PEBA. L’argomento dev’essere trattato perché diventa una questione culturale e sociale. Oltretutto c’è un riscontro potenziale altissimo che ha a che fare sia a livello economico, sociale, culturale e turistico ed è chiaro che a quel punto diventa importante farlo. Anche perché un comune certi interventi urbanistici ha già in programma di realizzarli, allora perché non mettersi nelle condizioni di attuare la ristrutturazione in base a quelli che sono gli argomenti del PEBA?

Martedì scorso è stato approvato il progetto di legge 53 che costituisce il primo registro informatico regionale dei PEBA, perché è importante?

Le leggi sono molto arretrate, l’ultimo progetto che abbiamo fatto è quello che permette per lo meno un primo step, quello di creare un registro informatico regionale. Oggi ci sono le condizioni tecnologiche che permettono di facilitare il lavoro, per cui un software che riesca ad elaborare molto più velocemente un tracciato di quello che è lo status ambientale della propria regione può essere molto valido perché consente di individuare i punti sui quali andare ad operare principalmente. Un aspetto fondamentale è anche stabilire le priorità, come viene evidenziato nella risoluzione ONU. Non si può pensare di abbattere tutte le barriere nello stesso momento o con lo stesso standard. Bisogna dare le giuste priorità a che cosa è più importante poi, risolte quelle, andare a scalare fino a risolverle tutte.

Anche alla luce dell’impegno di Regione Lombardia di dare nuovo impulso alla legge n.6/89, possiamo vederla più che un traguardo un punto di partenza?

Assolutamente, è da un lato un traguardo ma allo stesso tempo un punto di partenza proprio perché permette di riaprire l’argomento in modo più serio. Quando ci siamo incontrati noi delegati ho portato il mio progetto relativo ad un nuovo PEBA, e da lì mettendo insieme le idee è nata questa nuova risoluzione. Aver portato in consiglio una problematica e aver trovato all’unanimità l’approvazione che ci consente di metterci al lavoro su questo ambito è importante. È un primo passo che ci permetterà di cominciare ad entrare nel dettaglio di quello che è la mappatura del territorio su quello che è lo status odierno, da qui a 6 mesi dovremo portare avanti il secondo step che è quello di impiantare un grosso budget di finanziamento per poter poi iniziare anche i lavori.

A distanza di 31 anni dalla legge regionale 6/89 gli obiettivi della norma sono lontani dall’essere raggiunti, Anci ha rilevato che solo il 6% dei Comuni lombardi sono dotati di PEBA, non va meglio nel resto del Paese. A cosa è dovuto? È un problema culturale o c’è anche una mancanza di visione politica sul tema della disabilità?

Ci sono entrambi gli aspetti. Sicuramente è aumentata la sensibilità, però se le normative sono rimaste ferme significa che non c’è una grande capacità di metterle in atto. La cosa principale è porsi il problema e cominciare a impiantare un progetto di risoluzione del problema in sé. Regione Lombardia, che ha tutto il potenziale anche economico, è comunque molto bassa come stima sulla dotazione dei PEBA. A livello nazionale ho fatto un confronto con i 5 Paesi principali europei, Germania, Inghilterra, Francia, Spagna e Italia. Noi siamo gli ultimi con il 26%, quando la Germania è al 75 % e la Spagna, che è molto simile a noi a livello culturale ed economico, è vicina al 40%, dimostrando di essere più avanti dell’Italia su questi aspetti. Indubbiamente il nostro paese ha una morfologia territoriale che rende tutto più complicato, ma la sfida sta proprio in questo, cioè nella possibilità di poter riprogettare e ricostruire preservando l’architettura che abbiamo. La Lombardia è sicuramente la regione in cui si può impiantare il progetto pilota, verificando le modalità di applicazione a 360°, quindi in termini di finanziamenti e di opere, per fare in modo di esportarlo successivamente anche nelle altre regioni.

Prima, parlando del progetto FAPI, accennava ad un riscontro potenziale altissimo a livello economico, sociale, culturale e turistico, come può influire sul “sistema paese”?

Il mio progetto ha come input principale quello di rimettere lo status urbanistico in condizioni di essere alleggerito e moderno. Se guardiamo da un punto di vista tecnico siamo indietro di 30- 40 anni rispetto ad altri paesi sulla modernizzazione. Coinvolgendo in modo attivo e diretto il privato possiamo portare ad una spinta socio-economica utile allo scopo. Non soltanto nelle due fasi principali dei PEBA (monitoraggio, progettazione e attuazione) ma anche nei tempi e mezzi di reperimento dei fondi per attuare i progetti di accessibilità. Il modello FAPI andrebbe quindi a coinvolgere, insieme alle pubbliche amministrazioni, i professionisti del settore, le piccole e medie imprese, gruppi bancari per l’accesso ai fondi da Istituzioni e Fondazioni, privati cittadini e le stesse imprese che possono intervenire con investimenti. Nell’ambito di questo progetto, fondato su serietà ed etica, la Regione avrebbe il compito di supervisore, predisponendo leggi e norme finalizzate a promuovere iniziative, reperire e gestire i fondi europei, ma anche nazionali e regionali, da ridistribuire agli enti locali in base alle loro esigenze e alle richieste. Il risultato di questa sinergia virtuosa, se concepito come logica di evoluzione in termini di accessibilità e valore urbanistico, porterebbe sul territorio un maggiore indotto dal punto di vista lavorativo, maggiori introiti economici e un risparmio economico nel medio-lungo periodo di servizi e ausili. Non solo, aggiungendo valore dal punto di vista ambientale, si andrebbe ad incrementare il turismo, ma soprattutto si otterrebbe una migliore qualità della vita. In uno Stato dove l’economia è allo sfascio e non ci sono prospettive, dobbiamo metterci nelle condizioni di ricostruire e per farlo servono le idee. Oltretutto con le risorse che arriveranno all’Italia dal Recovery Fund, questo è il momento più opportuno per investire sulle opere pubbliche con ristrutturazioni in ambito sociale, penso ad esempio alla sistemazione di tutte le aree sanitarie pubbliche oppure le scuole. Riapriranno in settembre e sono chiuse da marzo, in 6 mesi nessuno ha pensato di approfittarne per metterle in sesto, nonostante abbiano un deficit dell’87% per quanto riguarda l’accesso per i disabili. Questo è quello su cui si deve lavorare ed investire. Adesso abbiamo la possibilità di farlo, parliamo di risorse a fondo perduto e, se dipendesse da me, non mi farei certo scappare un’occasione del genere.

Micol Mulè

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