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    TFR in azienda: un “suicidio fiscale”

    Il Trattamento di Fine Rapporto, meglio conosciuto come TFR o liquidazione, è una somma accantonata dal datore di lavoro che viene corrisposta al lavoratore dipendente nel momento di cessazione del rapporto. Introdotto nel 1982, il TFR è stato spesso visto dagli italiani come salvadanaio aziendale dal quale attingere per l’acquisto di un’abitazione o altre grandi occasioni come ad esempio il matrimonio dei figli. Una gestione che appartiene agli anni Ottanta e, proprio per questo, non più adatta alla realtà che viviamo nel 2019. È quindi importante capire come e in quali modalità può essere gestito al meglio il Trattamento di Fine Rapporto.

    Al momento dell’assunzione al lavoratore viene presentato il foglio “TFR1” o “TFR2”, a seconda dell’anno d’entrata nel mondo del lavoro, attraverso il quale è possibile scegliere la destinazione del proprio Trattamento di Fine Rapporto. Le opzioni a disposizione sono due: mantenerlo in azienda (o in gestione separata INPS se sono presenti più di 50 dipendenti) o inserirlo in un fondo pensione.

    TFR in azienda

    Moltissimi italiani scelgono di mantenere il proprio TFR in azienda, probabilmente anche a causa della poca conoscenza in merito alle alternative previste per legge. Immaginiamo per un attimo che l’azienda per la quale lavoriamo, dopo un periodo di crisi, sia costretta prima a licenziarci e poi a chiudere. In questo caso oltre ad aver perso lavoro e stipendio,  avremmo perso anche il nostro Trattamento di Fine Rapporto o, nel migliore dei casi, potrebbe esserci restituito con tempistiche di recupero sicuramente non veloci. Da questo esempio risulta chiaro il rischio collegato alla scelta di mantenere il TFR in azienda e che bisognerebbe evitare di concentrare le proprie fonti di entrata e previdenziali in un unico canale. Al fine di tutelare la nostra stabilità finanziaria è necessario trovare soluzioni differenti.

    TFR gestito in un fondo pensione

    Lo strumento del fondo pensione offre la possibilità di costruire un salvadanaio previdenziale, cioè una propria pensione privata da affiancare a quella pubblica (ormai ridotta all’osso) con lo scopo di mantenere inalterato il proprio tenore di vita. Far confluire il TFR in un fondo pensione significa inoltre svincolarsi dalle sorti aziendali e metterne in sicurezza la gestione. Nel dettaglio è possibile poi scegliere la linea di gestione più appropriata a seconda del proprio profilo.

    L’enorme vantaggio fiscale del fondo pensione

    Alla cessazione del rapporto lavorativo per pensionamento o per licenziamento, il TFR mantenuto in azienda, prima di essere erogato, subisce una tassazione. Di quanto? L’aliquota applicata è la media IRPEF con riferimento agli ultimi cinque anni di lavoro, che va da un minimo di 23% a un massimo di 43%. Facciamo un esempio pratico: ipotizziamo che nella mia vita lavorativa abbia accantonato 100.000€ di Trattamento di Fine Rapporto e che la mia aliquota media, sia del 30%. In questo caso, il TFR che mi verrà restituito al netto dalle tasse sarà di 70.000€.

    E se avessi fatto un fondo pensione? In questo caso l’aliquota applicata al capitale finale oscilla tra il 15% e il 9% a seconda del numero di anni di iscrizione al fondo (in particolare, dopo il quindicesimo anno la tassazione del 15% si riduce dello 0,30% ogni anno successivo fino ad arrivare al 9%). Supponendo di dover sottostare all’aliquota massima del 15%, alle stesse condizioni dell’esempio di prima, mi verrebbero erogati 85.000€, quindi 15.000€ in più.

    Il vantaggio di destinare il proprio TFR fuori dell’azienda o dalla gestione separata INPS è evidente. Ciò che resta da fare è scegliere il fondo pensione più adatto alle proprie esigenze.

    Maurizio Carelli

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