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    L’Italia in vetta per numero di ore lavorative e tra gli ultimi per produttività

    Il concetto di “stacanovismo” origina dall’impresa di Aleksej Stachanov, un operaio russo che nel 1935 cambiò la divisione dei ruoli dei minatori e in una sola notte riuscì ad estrarre una quantità di carbone pari a quattordici volte la quota prevista. Secondo gli ultimi dati Ocse l’Italia, dopo Grecia ed Estonia, è il paese più stacanovista in termini di ore lavorate settimanali: ben 33 contro una media dell’area euro di 30 ore. Eppure non bisogna illudersi, quella del paese stacanovista è una favola dal momento che la Germania, che conta una media di 26 ore lavorative, ha conosciuto un aumento della produttività, intesa come Pil per ora lavorata tra il 2010 e il 2016 pari a +0,4% contro un aumento italiano dello 0,14%. I dati parlano chiaro: dopo la Grecia, l’Italia è all’ultimo posto per livelli di produttività del lavoro, nonostante si lavori in media più della maggior parte dei partner europei.

    Sembrerebbe dunque che il maggior numero di ore lavorative da parte degli italiani non si traduca in una crescita della produttività che infatti è in una fase di stagnazione dalla metà degli anni ’90. Quella della politica industriale dovrebbe essere una priorità per il governo e le istituzioni in generale mentre siamo costretti ad assistere ad affermazioni contrastanti e addirittura contro-intuitive. È il caso del Presidente dell’Inps Pasquale Tridico che recentemente ha sostenuto la necessità di ridurre le ore di lavoro a parità di salario con l’obiettivo di redistribuire ricchezza e aumentare l’occupazione. Viene da chiedersi quale ricchezza vogliono redistribuire dal momento che le ultime previsioni di crescita del Pil per quest’anno parlano di +0,3% e la produttività è crollata a dicembre (-4,3% su base annua).

    La definizione della produttività è un affare complesso perché vi concorrono una molteplicità di fattori: la qualità del management, i diversi livelli di capitale umano, l’innovazione tecnologica, la disponibilità del credito e le pratiche manageriali, per citarne alcuni. Una complessità che richiederebbe un approccio integrato e di lungo termine, l’opposto di quello a cui stiamo assistendo: circa un anno fa l’attuale ministro dello sviluppo economico, il pentastellato Stefano Patuanelli, affermò che un aumento della produttività sarebbe pericoloso poiché rischierebbe di diminuire la domanda di lavoro delle imprese, un eventualità che potrebbe accadere nel momento in cui la forza lavoro non avesse le nuove competenze indispensabili per le nuove mansioni lavorative.

    Ma la soluzione proposta dal ministro non appare la più indicata per risolvere i problemi strutturali del nostro sistema. Una politica industriale che si rispetti dovrebbe offrire sostegno a coloro che sono più esposti nel momento in cui chiude un’impresa e garantire una formazione necessaria per il ricollocamento di queste risorse. Se infatti la produttività rimane uno dei fattori principali per la crescita economica del paese, le istituzioni dovrebbero di conseguenza favorire gli investimenti nelle competenze della forza lavoro perché non rimangano esclusi dal mercato. Dunque il governo ci racconta la pericolosità di un aumento della produttività e allo stesso tempo si stupisce dell’aggiustamento al ribasso delle previsioni di crescita. E così anche quest’anno ci sono tutti gli elementi per la tragicommedia politica a cui stiamo assistendo da troppo tempo.

    Simone Fausti

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