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mercoledì 15 Aprile, 2026
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L’amministrazione Trump arruola la religione e dà lezioni al Papa sul rapporto teologia-guerra, ma la Chiesa ha una tradizione millenaria su cosa sia la “guerra giusta”

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Fallito il tentativo di coinvolgere gli alleati europei nella guerra contro l’Iran, fallito il tentativo di risolvere la questione iraniana in pochi giorni come è successo in Venezuela con Maduro, ora l’amministrazione Trump prova ad arruolare direttamente Dio nel conflitto contro Teheran. Per il potere politico si tratta sempre di una scelta pericolosa quella di coinvolgere la religione per legittimare le proprie scelte, ma lo è ancor di più se questo atteggiamento finisce per attaccare direttamente il Vicario di Cristo in terra, cioè il Papa.

Donald Trump ha criticato e di fatto insultato direttamente Papa Leone XIV (definendolo “debole”) per le critiche del Pontefice alla guerra, e ora pure il vicepresidente Usa rincara la dose. JD Vance, convertito al cattolicesimo nel 2019 a 35 anni, ha dichiarato che il Papa dovrebbe “fare attenzione” quando parla di teologia. Trump criticò Prevost per le sue affermazioni di carattere morale sulla politica estera, per Vance invece il Pontefice non conoscerebbe abbastanza la teologia per poterne parlare con giudizio. Uno scenario surreale, ma secondo Vance Papa Leone è in errore quando dice che i discepoli di Cristo “non sono mai dalla parte di coloro che un tempo brandivano la spada e oggi sganciano bombe”.

Parlando all’Università della Georgia, Vance si è chiesto in maniera retorica: “Dio non era dalla parte degli americani che liberarono la Francia dai nazisti? Dio non era dalla parte degli americani che liberarono i campi di concentramento e quelle persone innocenti, quelle persone che erano sopravvissute all’Olocausto? Credo proprio di sì”, secondo quanto riportato da AskaNews. Sorvolando sul fatto che gli Stati Uniti entrarono nella Seconda guerra mondiale perché aggrediti dal Giappone a Pearl Harbour, mentre in questo caso Washington e Tel Aviv hanno lanciato di fatto una guerra preventiva contro Teheran, adducendo diversi motivi, tra cui quello che l’Iran non fosse poi così lontano dallo sviluppare una bomba atomica, cosa dice la dottrina della Chiesa sul concetto di “guerra giusta?”.

Vance ha detto che si possono “avere opinioni diverse sulla giustezza di questo o quel conflitto”, ma quando si esprime “un’opinione su questioni teologiche, bisogna assicurarsi che sia ancora alla verità”. Eppure, San Tommaso è stato abbastanza chiaro: perché una guerra sia considerata giusta, sono necessarie tre condizioni. Primo: l’autorità del principe, che è il custode del bene comune, il quale però “non porta la spada invano”. Secondo: è richiesta una giusta causa. Cioè, coloro a cui si muove guerra “meritano di essere combattuti a causa di qualche colpa”, cioè serve anche un motivo oggettivo e morale che la giustifichi. In questo caso, il fatto che la Repubblica islamica sia un regime sanguinario che vuole la cancellazione di Israele e la morte dell’America potrebbe rappresentare un valido motivo morale. Infine, è richiesta la “retta intenzione”, cioè chi combatte “mira a promuovere il bene o a evitare il male”. In questo caso la situazione è più incerta a causa del fatto che non è chiaro quali siano gli obiettivi di Trump (si sta cercando anche un ritorno economico?).

La Chiesa Cattolica ha dunque una tradizione millenaria della guerra giusta che negli ultimi tempi ha trovato delle specificazioni. Pur mantenendo criteri simili a quelli tomisti, il Catechismo della Chiesa oggi mette l’accento sulla legittima difesa armata e non sulla vendetta delle ingiustizie. Insomma, si può combattere ma per fermare un aggressore. Oltre alla “Pacem in Terris” del 1963, in cui Papa Giovanni XXIII dichiarò che di fatto nell’era atomica è “quasi impossibile pensare che la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia”, più recentemente Papa Francesco nell’enciclica “Fratelli tutti” (2020) ha sottolineato che oggi “è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile guerra giusta”. Questo il punto teologico, al di là del quale rimangono forti dubbi sulla convenienza di dare lezioni al Papa sulla questione morale attinente alla guerra.

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