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martedì 17 Febbraio, 2026
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Oro record e crescita debole: i segnali che arrivano dai mercati

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L’economia italiana rallenta, l’Eurozona fatica a ritrovare slancio e i mercati globali si muovono in un clima di tensione crescente. In questo contesto di incertezza diffusa, l’oro torna a imporsi come bene rifugio per eccellenza, superando per la prima volta la soglia dei 5.000 dollari l’oncia e segnando un nuovo massimo storico. Solo due anni fa, a gennaio 2024, il metallo giallo valeva circa 2.000 dollari. In forte rialzo anche l’argento, salito del 5% fino a toccare quota 115 dollari l’oncia.
Il balzo dei metalli preziosi si inserisce in una fase macroeconomica complessa. Secondo la congiuntura flash del Centro Studi di Confindustria, la crescita italiana sta progressivamente perdendo slancio. Il quadro è segnato da “venti contrari da dollaro e incertezza”, con un export debole, consumi frenati, un’industria volatile e investimenti sostenuti quasi esclusivamente dalle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza. La combinazione di un dollaro debole, un euro rafforzato e prezzi energetici in risalita sta comprimendo la competitività delle imprese e il potere d’acquisto delle famiglie, lasciando agli investimenti pubblici il compito di sostenere il Pil.
Proprio grazie al Pnrr emergono però segnali di tenuta, in particolare nel Mezzogiorno. Secondo il direttore generale della Svimez, Luca Bianchi, la dinamica positiva del Sud è dovuta “in larga parte, se non quasi esclusivamente”, agli investimenti attivati dal Piano, a conferma del ruolo centrale della spesa pubblica nel sostenere la crescita in una fase di domanda privata debole.
Il primo nodo resta quello valutario. Il calo del biglietto verde ha spinto l’euro verso livelli che hanno ridotto la competitività delle imprese italiane sui mercati extra-Ue. Per Confindustria, la recente perdita di fiducia verso gli Stati Uniti affonda le radici in una combinazione di fattori: politiche commerciali incerte, dubbi sulla sostenibilità del debito pubblico americano, salito al 120% del Pil nel 2025, tensioni geopolitiche e pressioni politiche sulla Federal Reserve. Questo mix ha innescato vendite sui titoli di Stato Usa, facendo salire i rendimenti decennali oltre il 4% e contribuendo all’indebolimento del dollaro, che in un anno ha perso il 13% sull’euro, passato da 1,04 a 1,17.
Sul fronte interno, famiglie e imprese si muovono con estrema cautela. Il caro-energia continua a pesare: il petrolio resta su livelli elevati, mentre il gas non torna sui valori pre-crisi, mantenendosi su prezzi più che doppi rispetto al 2019. I costi energetici tornano così a comprimere i margini industriali, mentre le famiglie reagiscono aumentando il risparmio e riducendo i consumi. L’industria, osserva il Centro Studi Confindustria, resta volatile anche nella parte finale del 2025.
A rendere il quadro ancora più fragile contribuisce un contesto globale attraversato da nuove crisi geopolitiche, che alimentano la propensione alla prudenza degli investitori. In questo scenario, la corsa all’oro diventa un segnale chiaro. “Il fatto che gli investitori si stiano spostando verso l’oro indica una certa preoccupazione per la frammentazione finanziaria”, ha osservato Kristalina Georgieva, direttrice generale del Fondo monetario internazionale. Allo stesso tempo, Georgieva ha sottolineato che il dollaro resta la valuta dominante grazie alla profondità e alla liquidità dei mercati dei capitali statunitensi e alla dimensione dell’economia americana, fattori che rendono improbabili cambiamenti drastici nel breve periodo.
Non mancano, tuttavia, elementi di resilienza. L’attuazione del Pnrr ha accelerato negli ultimi mesi, mentre la discesa dei tassi sovrani e una graduale ripresa del credito stanno favorendo gli investimenti. È proprio questa componente, secondo Confindustria, a rappresentare oggi la leva più solida per sostenere la crescita, in un contesto in cui domanda interna ed export restano deboli.
Nel confronto internazionale, infine, il quadro resta fortemente disomogeneo. Gli Stati Uniti crescono più del previsto, la Cina centra l’obiettivo di un aumento del Pil intorno al 5%, mentre l’Eurozona continua a muoversi a passo lento. Una divergenza che contribuisce ad alimentare l’incertezza globale e spiega, almeno in parte, perché l’oro sia tornato al centro delle strategie di difesa degli investitori.
Gloria Giovanditti

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