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    VIETATO PREGARE

    VIETATO PREGARE

    Marisa Francescangeli ha 58 anni ed è insegnante a San Vero Milis, in provincia di Oristano. Il Natale scorso copre la supplenza di un collega in una classe della terza primaria. Marisa, quella mattina, ha una malaugurata idea che pagherà cara: invita i bambini a costruire un bracciale con delle perline, una sorta di rosario e al termine del lavoretto recita con loro un’Ave Maria. Apriti cielo. Per due mamme si tratta di un fatto grave ed inaccettabile. La preside convoca una riunione coi genitori e la maestra si scusa per aver recitato una preghiera con la classe, spiegando che le era sembrato naturale recitare un’Ave Maria in tempo di Natale nel momento in cui tutti gli studenti partecipavano all’ora di religione.

    La storia potrebbe finire qua, ma a tre mesi dall’accaduto, Marisa riceve una raccomandata dall’Ufficio scolastico di Oristano: 20 giorni di sospensione e la riduzione dello stipendio.

    Intanto, mentre due madri si indignano per una preghiera detta in classe e una brava insegnante viene punita ingiustamente, in tutte le scuole di genere e grado italiane vengono proposti progetti ispirati alle teorie gender e omosessualiste delle associazioni LGBT che spesso coinvolgono gran parte dello stesso corpo docente.
    Come denuncia l’associazione Pro Vita & Famiglia, i progetti e le iniziative di questo tipo, con il pretesto di combattere le discriminazioni, il bullismo, la violenza di genere o i cattivi stereotipo, spesso promuovono l’equiparazione di un orientamento sessuale e di ogni tipo di “famiglia”, la prevalenza dell’”identità di genere” sul sesso biologico, la decostruzione di ogni comportamento tipicamente maschile o femminile insinuando che si tratterebbe di arbitrarie impostazioni culturali e la sessualizzazione precoce dei giovani e dei bambini.

    In un liceo di Rimini gli studenti transgender minorenni potranno scegliere la “carriera alias” già utilizzata nelle Università. La “carriera alias” è una procedura che permette di modificare il proprio nome anagrafico con quello scelto dallo studente in tutti gli atti non ufficiali della scuola. Quindi una ragazza transgender potrebbe chiedere di essere identificata con un nome maschile. Inoltre, non sarà richiesta nessuna certificazione medica perché, secondo i dirigenti scolastici, non si tratta di una malattia ma è invece una sana espressione delle tante possibilità del genere umano.

    Due pesi e due misure. Nel primo caso un trattamento surreale da parte della scuola nei confronti di una maestra. Nel secondo, la prassi quotidiana dei dirigenti scolastici che si sostituiscono alle famiglie a scapito della libertà educativa dei genitori. Eppure ci sono famiglie, poche per fortuna, che si scandalizzano per una preghiera recitata in classe e che accettano supinamente i progetti delle associazioni LGBT che tentano di fare breccia nel modo di pensare di giovanissimi studenti spesso aggirando il consenso dei genitori. Insomma meglio un figlio sessualmente confuso che un figlio credente, meglio un’educazione che insinua il dubbio sulla propria identità sessuale, con tutte le gravissime conseguenze psicologiche del caso, che la certezza di una preghiera alla Madre di Gesù che ti ama per come sei.

    Se la scuola è “malata”, il popolo è sano e la maestra Marisa può contare sul sostegno di molti colleghi e i genitori dei bambini della scuola sono indignati per la vicenda e hanno chiesto spiegazioni direttamente al preside per l’accaduto. Anche il governo di centrodestra non è rimasto indifferente. La brutta storia è finita infatti sul tavolo del ministro dell’Istruzione e del Merito, con interrogazioni e dichiarazioni di vari parlamentari di centrodestra in cui si denunciano “l’intolleranza verso la religione cattolica” e “l’integralismo laico”, mentre la presidente della commissione Istruzione del Consiglio regionale della Sardegna, ha chiesto all’Ufficio scolastico regionale di verificare la correttezza delle azioni che hanno portato alla sospensione.

    Giovanni Zola

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