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    Lavoro: ci sono i posti, mancano le persone

    Lavoro: ci sono i posti, mancano le persone
    Quello che sembra un paradosso è invece realtà: le aziende cercano operai e ingegneri, ma non ci sono persone disponibili a farsi assumere.
    La ricerca effettuata da Anpal e Unioncamere ha del sorprendente: 6 imprese su 10 sono alla ricerca di personale, ma all’appello non risponde nessuno, come se la disoccupazione non esistesse più.
    Fa eccezione il mondo digitale e quello dell’edilizia dove in due anni la crescita occupazionale ha fatto registrare un + 1,9%.
    La fotografia dello stato dell’arte del mercato del lavoro evidenzia la distanza tra la formazione e il mondo del lavoro, ragion per cui i profili formati dai corsi attuali non hanno attinenza con i fabbisogni richiesti dalle imprese.
    Un altro dato preoccupante emerge dalla ricerca: quasi il 12% dei lavoratori non guadagna abbastanza per vivere a causa di stipendi troppo bassi.
    Da questi flash è possibile tracciare il percorso attuale del mercato del lavoro. La ripresa economica è partita, come testimonia il fabbisogno crescente richiesto dalle aziende, ma allo stesso tempo si allarga la forbice tra caratteristiche della domanda e skill di chi cerca lavoro. Complice il crescente e veloce sviluppo della tecnologia in tutti i settori, chi non riesce a trovare un percorso formativo adeguato rimane senza opportunità, riportando alla ribalta un problema atavico di mancanza di programmazione dei cataloghi formativi sempre più lontani dal recepire i fabbisogni professionali da costruire mediante i molteplici corsi e le opportunità offerte da meccanismi come l’alternanza scuola-lavoro.
    Le difficoltà nel reperire le professionalità giuste sono rappresentate dalla crescita del cosiddetto “mismatch” salito di sei punti rispetto al 2019 al 32,2%, a causa della preparazione non adeguata alle rinnovate esigenze del mondo imprenditoriale.
    La ripresa economica viaggia parallelamente allo sviluppo delle competenze digitali e alle nuove professioni legate alla transizione green, in linea con gli obiettivi indicati nel PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza finanziato con soldi europei); lo prova il trend di crescita tornato ai livelli pre-Covid del 2019.
    Le aziende, dunque stanno perseguendo le opportunità dei nuovi settori in espansione, ma non altrettanto avviene nel mondo della formazione e della programmazione dei fabbisogni professionali almeno nel breve e medio termine.
    Grazie ai vari bonus fiscali l’industria sta crescendo velocemente soprattutto nella filiera legata al mondo delle costruzioni, segnando un incremento del 15% rispetto alle assunzioni contate nel 2019, pari a oltre 420mila unità in più.
    Meccanica, elettronica e metallurgia sono altri settori a forte espansione grazie alla trasformazione della produzione 4.0. Il Made in Italy tradizionale rappresentato dal settore tessile-abbigliamento sconta ancora le conseguenze della crisi pandemica, così come alcuni settori trainanti nel nostro Paese come il mondo della cultura e della recettività.
    Su questi settori incide la situazione prolungata di incertezza dalla quale non siamo ancora usciti, ma che mostra primi segnali di ritorno alla normalità”.
    Le assunzioni in questi settori, infatti, sono riconducibili a esigenze temporanee e dunque hanno assunto la caratteristica di contratti a termine, grazie anche al blocco dei licenziamenti introdotto dal governo tra le misure anti-crisi.
    A creare preoccupazione, secondo quanto indica la ricerca Anpal e Unioncamere, è la crescente distanza tra formazione e mondo del lavoro, al punto da essere considerata uno dei più insidiosi fattori che rischiano di frenare la ripresa economica.
    I numeri in gioco sono davvero importanti: ad esempio, nel mondo delle costruzioni si stima un fabbisogno di 64mila lavoratori introvabili che vanno dai saldatori ai falegnami, dagli elettricisti agli installatori di impianti.
    Anche gli ingegneri, in particolare quelli elettronici, sono figure irreperibili per quasi il 50% del fabbisogno richiesto.
    In questo caso, il problema coinvolge la programmazione delle Università che non garantiscono numericamente i laureati richiesti.
    Per le figure a minore scolarizzazione, come i periti, ancora una volta la scuola dimostra di essere poco attrattiva, anche a causa di forme di pregiudizio del passato che si ripercuote ancora oggi durante le fasi di orientamento dei giovani finita la scuola dell’obbligo.
    E’ urgente intervenire con un cambio di paradigma che consenta di programmare i percorsi di studio e la fase formativa dei giovani verso quelle professioni che il mondo del lavoro richiede; d’altro canto, serve maggior capacità da parte dei mondi associativi delle imprese nel raccogliere e rendere disponibili le informazioni relative ai profili maggiormente richiesti, così da creare un percorso virtuoso scuola-lavoro in cui la formazione sia davvero un valore aggiunto funzionale all’economia e al futuro di giovani e imprese.
    Pietro Broccanello

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