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PIL a meno 15% e persi 26 miliardi di entrate fiscali: ancora nessun piano per la ripartenza

Gli italiani riapriranno da soli. Già 125 mila imprese hanno già iniziato la ripartenza.

Per la ripartenza basta una dichiarazione al Prefetto in cui si certifica di appartenere a una delle filiere individuate come strategiche

Mancano 26 miliardi di euro nelle casse dello Stato. Una perdita enorme per le finanze pubbliche, causata dalla pandemia e dalla recessione. A pesare maggiormente sulla caduta del gettito fiscale sono in prima battuta le imposte indirette, l’Iva e le accise sui carburanti.

La contrazione del PIL si fa sempre più drammatica: dopo le stime del Fmi che danno per l’intero anno una caduta del 9,1%, ieri è arrivata la conferma dei tempi bui dall’Ufficio parlamentare di bilancio: nei soli primi sei mesi di quest’anno, la riduzione del reddito nazionale sarà del 15 per cento, del tutto compatibile con un -7 su base annua. “Un calo mai visto”, osserva il rapporto diffuso ieri dall’Autorità sui conti pubblici guidata da Giuseppe Pisauro.

Gli occhi ora sono puntati sul Documento di economia e finanza (Def), previsto per i prossimi giorni, per le casse pubbliche il panorama è “nero”: secondo le prime valutazioni il rapporto deficit-Pil dovrebbe arrivare quest’anno all’8 per cento e il debito raggiungere il 155-160% del Pil.

Ma c’è preoccupazione anche per il gettito fiscale, il carburante delle attività dello Stato, dal welfare alla scuola ai trasporti: le stime sulla pesante contrazione del Pil arrivano infatti al giro di boa di un mese dal varo del blocco delle attività produttive non essenziali (il decreto fu del 22 marzo) che ha riguardato 2,1 milioni di imprese (il 48% del totale) con 7,1 milioni di addetti.

Considerando che l’Fmi su base annua calcola una caduta del Pil per l’Italia del 9,1 per cento, le tasse che andranno automaticamente in fumo nel 2020 raggiungeranno i 26 miliardi. In termini percentuali, rispetto al gettito complessivo dello scorso anno pari a 471,6 miliardi perderemo circa il 5,5% di risorse versate dai cittadini allo Stato.

L’ufficio parlamentare di bilancio rileva che il “distanziamento sociale implica fortissimi costi economici. In alcuni settori, quali il turismo e la ristorazione, il commercio al dettaglio, i trasporti e la logistica, l’attività si è ridotta fino a quasi annullarsi. Inoltre, nota l’Upb, il tasso di disoccupazione, dato in crescita, risentirà anche della difficoltà di cercare un lavoro con il blocco della mobilità.

La cosa preoccupante è che non c’è ancora alcuna autorità o task force, sia essa politica o scientifica, che abbia illustrato un minimo programma di ripartenza per il futuro. Quali saranno i modi, gli attori, i luoghi, le condizioni di riapertura della fase 2 non lo sappiamo ancora.

Ma gli italiani saranno costretti a riaprire da soli con un’apertura “fai da te”.

Infatti in tutta Italia sono già 125 mila le saracinesche riaperte approfittando del decreto del 22 marzo: per rimettersi al lavoro basta una dichiarazione al Prefetto in cui si certifica di appartenere a una delle filiere individuate come strategiche.

Andrea Curcio

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