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giovedì, 24 Settembre, 2020
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Storie di (stra)ordinaria quotidianità ai tempi del Coronavirus

Elisabetta Luciano, sommelier e Consigliera comunale di Codogno, sposata e madre di due ragazzi, racconta come è cambiata la sua quotidianità da quel fatidico 20 febbraio quando il comune da 16mila abitanti nel lodigiano è diventato il primo cluster dell’epidemia da Coronavirus dando origine al “metodo Codogno”.

Il nuovo decreto estende le misure restrittive a livello nazionale, il “metodo Codogno” ha fatto scuola nel trattamento del Coronavirus. Voi siete stati i primi a sperimentarlo, può rassicurarci sulla sua efficacia?

Se viene rispettato, assolutamente sì. Devo dire che fin da subito siamo stati tutti molto obbedienti verso le ordinanze che sono state emanate. C’è stata molta collaborazione tra tutti i cittadini e possiamo dire adesso di essere arrivati ad un buon risultato. In questa fase è fondamentale il senso di responsabilità di ciascuno. Non è dovuto al fatto che ci sia il blocco con i Carabinieri e l’Esercito, sta nel rispetto del singolo cittadino verso le regole. Questo è quello che bisogna fare, è solo una questione di tempo, se ciascuno fa la sua parte i risultati arriveranno.

Facciamo un passo indietro, il 20 febbraio si diffonde la notizia del primo paziente positivo al Coronavirus, cos’è successo subito dopo?

È stato tutto un crescendo, il giovedì ci siamo svegliati con questa notizia, venerdì le scuole erano aperte ma poi è arrivata l’ordinanza di andare a prendere i ragazzi in qualsiasi orario perché la situazione era diventata ormai nota. Dal pomeriggio chiusura totale. Abbiamo passato i primi tre giorni con tutto chiuso, anche alimentari e farmacie e con la consapevolezza che la domenica sera avrebbero messo i blocchi e ci avrebbero chiuso nella “Zona rossa”.

Avete avuto fin da subito la percezione dell’emergenza?

Immediatamente. In quei giorni Codogno era deserta, la gente aveva paura. Andando in giro per strada si vedeva il terrore negli occhi della gente. Quei tre giorni sono stati i peggiori perché non sapevamo quello che sarebbe potuto accadere. Inizialmente eravamo increduli. Poi c’è stata la ricerca spasmodica di tutti i possibili contatti del primo paziente, si cercava di riscostruire ciascuno i propri spostamenti per capire se avessimo avuto contatti con lui. Solo il lunedì hanno ricominciato a riaprire, a orari ridotti, alimentari e farmacie con le dovute precauzioni, cioè mascherina e guanti.

Com’è cambiata da allora la tua vita quotidiana?

C’è una nuova quotidianità. Prima ero abituata a portare i ragazzi a scuola, poi il caffè con le amiche, la spesa, le normali attività di una donna che concilia famiglia e lavoro. Adesso viviamo la giornata, pensando all’oggi e non a domani. La mattina si organizza il lavoro scolastico dei figli, ci si collega con tablet e pc per fare i compiti e seguire le lezioni, ci siamo attivati con la didattica a distanza anche se nessuno era pronto per questo, ma ha preso piede e funziona. È fondamentale rispettare le regole e usare le precauzioni quando si esce. Se usciamo insieme siamo solo noi quattro e andiamo verso la campagna, cercando sempre di stare lontano da tutti. Poi non potendo andare a lavorare nel ristorante, che è chiuso, passo gran parte delle giornate in cucina coinvolgendo anche i ragazzi. Il mio lavoro è di comunicazione con il cliente, parlo di vino, di territorio, di passione e mi manca, ma insieme ai miei figli ho trovato una nuova modalità creativa per portarlo avanti “virtualmente”. Dopo aver cucinato pubblichiamo sui social la foto del piatto con abbinata una bottiglia di vino scelta accuratamente. È anche un messaggio per tutti gli altri che sono a casa, per invogliarli a provare a fare qualcosa di diverso e impiegare il tempo. È un altro aspetto positivo di questa nuova modalità di vita, dico sempre che nella situazione brutta bisogna sempre trarre il positivo e il bello. Ci dà la forza di affrontare la fatica, si vive sempre con il sorriso perché se togliamo anche quello… però poi il pensiero va a chi è in ospedale, che lotta contro il virus e poi su quello che succederà, perché non lo sappiamo.

In ospedale c’è anche tuo suocero, avete vissuto da vicino l’esperienza della malattia. Cosa è accaduto?

È in ospedale da lunedì 24 febbraio. Ora fortunatamente sta meglio ma ha passato momenti bruttissimi, ha scampato la terapia intensiva per poco. Abbiamo dovuto insistere per due giorni prima che venissero a prenderlo. Il lunedì sera sono arrivati quelli che chiamo “angeli” – un po’ fanno impressione perché si presentano con queste tute bianche, mascherati, con occhiali e doppi guanti -sono entrati e l’hanno portato via e da quel momento non abbiamo saputo dove fosse. È stato lui a chiamarci con il cellulare per dirci che era a Cremona. Da allora non l’abbiamo più visto, potevamo chiamare l’ospedale due volte al giorno per avere notizie dai medici sulla sua salute. Il protocollo prevede 8 giorni senza febbre e poi 2 tamponi distanziati 24 h uno dall’altro e se risultano negativi verrà dimesso in quarantena a casa, anche perché hanno bisogno dei posti letto. Quindi anche per voi è scattata la quarantena?

Sì ma non subito, solo dopo 5 giorni siamo stati chiamati da ATS Mantova e da quel momento ci hanno contattato due volte al giorno per sapere la temperatura corporea di noi 4 e se stavamo bene. Non abbiamo avuto la necessità di effettuare il tampone perché fortunatamente stiamo bene, meglio fare tamponi a chi ne ha veramente bisogno. La nostra quarantena è finita lunedì e questa è una buona notizia.

Convivere con la paura non dev’essere stato semplice. Cosa ti ha aiutato a superare i momenti più difficili?

Ero terrorizzata i primi tre giorni, adesso sono tranquilla. Cerco di far forza ai miei figli, alla mia famiglia e agli altri, senza sminuire i fatti. È fondamentale rispettare le regole, usare le precauzioni. Ognuno deve fare la sua parte così tutto potrà tornare come prima. Io sorrido perché mi dà la forza di andare avanti. È necessario farci coraggio e stare uniti. Dobbiamo solo aspettare, sperare, stare in casa e basta. Non è una guerra in cui possiamo armarci e combattere, la nostra difesa è quella di stare chiusi dentro.

Cosa trattieni di positivo in questa esperienza?

Questa esperienza segna e insegna. Da una parte ci ha arricchito molto, perché normalmente in famiglia non riusciamo a condividere molte occasioni, tra lavoro, scuola e allenamenti. Ora invece sono due settimane che passiamo tutto il tempo insieme, quindi abbiamo riscoperto moltissimo questo valore e senz’altro è un aspetto positivo. Anche i ragazzi hanno compreso la situazione e si sono molto responsabilizzati sull’emergenza. A livello di comunità poi c’è stata una risposta di collaborazione molto positiva e posso dire che quest’esperienza ci ha reso più uniti.

Ora, con i casi in diminuzione, potete tirare un sospiro di sollievo?

C’è da aspettare ancora un bel po’ prima di tirare un sospiro di sollievo. Il metodo di contenimento funziona, ma l’allerta ci deve sempre essere. Noi non abbassiamo la guardia nemmeno adesso. Tanti negozianti hanno deciso prima ancora dell’ordinanza di tenere chiuso spontaneamente. Questa è una cosa positiva perché c’è consapevolezza nelle persone che effettivamente è l’unica cosa possibile per contenere il virus. Anche quelli che prima si lamentavano ora sono i primi a decidere di rimanere chiusi quando lunedì è stato riaperto tutto.

Sei ottimista rispetto al futuro?

Mi auguro che tutto possa tornare al più presto come prima. Ce la faremo e ritorneremo sicuramente più forti di prima.

Micol Mulè

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