C’è un indicatore che racconta meglio di altri dove sta andando un’economia: non sono i fatturati, né le esportazioni, ma i brevetti. Perché è lì che si misura la capacità di trasformare ricerca in valore. E mentre gli equilibri globali si spostano, con Stati Uniti e Cina in crescita e l’Europa in calo, l’Italia prova a ritagliarsi uno spazio in controtendenza, soprattutto nel settore farmaceutico.
I dati parlano chiaro. Secondo il European Patent Office, tra il 2021 e il 2025 le domande di brevetto italiane nelle Scienze della Vita sono cresciute del 22% rispetto al quinquennio precedente. Ancora più marcato l’incremento nel farmaceutico, con un +26%, superiore sia alla media europea (+10%) sia a quella degli altri settori industriali nazionali (+11%). Un risultato che arriva in un contesto tutt’altro che favorevole per l’Europa, la cui quota globale di brevetti farmaceutici è scesa dal 31% del 2010 al 20% attuale, mentre gli Stati Uniti salgono al 34% e la Cina al 28%.
Non si tratta solo di numeri. I brevetti rappresentano un indicatore diretto della capacità di innovare e, quindi, di competere. In un settore ad alta intensità di ricerca come quello farmaceutico, la proprietà intellettuale è il passaggio che consente di trasformare un’intuizione scientifica in un prodotto, in un processo, in un vantaggio economico. Per questo il dibattito si è acceso anche a livello europeo, dove – come sottolineato da Farmindustria – il rischio è quello di perdere terreno proprio mentre altri sistemi economici rafforzano le tutele e gli investimenti.
Il punto, però, non riguarda solo le grandi aziende del farmaco. Le ricadute di questa dinamica interessano anche il tessuto delle piccole e medie imprese, che in Italia rappresenta l’ossatura del sistema produttivo. La crescita dei brevetti indica infatti un ecosistema che funziona: università, centri di ricerca, startup e PMI che collaborano e trasferiscono tecnologia. Per molte imprese di dimensione medio-piccola, il brevetto non è solo uno strumento di tutela, ma un asset strategico che consente di posizionarsi su nicchie ad alto valore, attrarre investimenti e costruire partnership industriali.
In questo senso, il dato positivo del farmaceutico segnala una direzione possibile. Dove si investe in ricerca, si creano opportunità lungo tutta la filiera: fornitori di tecnologie, servizi avanzati, produzione specializzata. Le PMI possono inserirsi in queste catene del valore, contribuendo allo sviluppo e beneficiando di un contesto più dinamico. Al contrario, un indebolimento della proprietà intellettuale o un quadro normativo poco competitivo rischiano di ridurre queste opportunità, limitando la capacità di innovare e di crescere.
La sfida, quindi, è consolidare questa traiettoria. Rafforzare gli investimenti in ricerca, semplificare i processi e rendere più efficace il trasferimento tecnologico sono passaggi decisivi non solo per il settore farmaceutico, ma per l’intero sistema produttivo. Perché, alla fine, i brevetti non sono solo numeri: sono uno dei modi più concreti per capire se un’economia sta costruendo il proprio futuro.






