Non bastava il ritorno del culto di Stalin, la Russia di Vladimir Putin ora loda “l’artefice del Terrore Rosso”. Secondo quanto riporta il Moscow Times, infatti, il presidente russo ha firmato un decreto con cui l’accademia dei servizi di sicurezza dell’FSB (il successore del famigerato KGB novecentesco) viene intitolata nientemeno che a Felix Dzeržinskij. Nato in una famiglia aristocratica polacca, fu attivista di estrema sinistra durante la fine dell’Ottocento e successivamente sostenne la rivoluzione bolscevica che decapitò l’impero zarista.
Dzeržinskij è noto principalmente per aver fondato la Čeka, cioè la polizia politica dei bolscevichi che guidò subito dopo la rivoluzione del 1917. Conosciuto come “Felix di Ferro”, fu il principale esecutore del famigerato Decreto sul Terrore Rosso del settembre 1918, l’atto con cui il neo-governo bolscevico diede avvio alla repressione tutti i russi che considerava “nemici di classe”, attuando così delle vere e proprie persecuzioni di massa durante la guerra civile russa (1917-1922) e contribuendo infine a instaurare uno Stato poliziesco.
Ora Putin, dopo aver fatto posizionare negli scorsi mesi una statua del dittatore sanguinario Joseph Stalin nella metro di Mosca, ha deciso di riportare in auge anche Dzeržinskij in virtù del suo “contributo eccezionale” alla sicurezza dello Stato. Una statua di “Felix di Ferro” è già presente da tempo nel Muzeon Park of Arts di Mosca. Quella del presidente russo è un’operazione fortemente simbolica che non deve sorprendere più di tanto: lo stesso Putin è stato prima un ufficiale del KGB poi ha guidato l’FSB e più volte ha parlato del crollo dell’URSS come “la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo”. L’autocrate del Cremlino, d’altra parte, sogna un nuovo impero russo: un progetto che sta portando avanti con la sanguinosa guerra d’aggressione contro l’Ucraina. Un’operazione che comporta anche un cambiamento dei riferimenti nazionali interni a sostegno della nuova ideologia espansionista a cui i cittadini devono aderire. Secondo lo scrittore Vasilij Grossman, ciò che rendeva Dzeržinskij e la Čeka così terribile era la fiducia incrollabile nell’ideologia bolscevica che sottometteva il popolo al bene supremo dettato dal Partito-Stato, inaugurando così un periodo di violenze sistematiche che porteranno poi anche alle grandi purghe dell’epoca staliniana.






