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lunedì 20 Aprile, 2026
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Dalla bolletta ai tassi, l’effetto guerra sull’economia: imprese più fragili

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Il conflitto in Medio Oriente e le tensioni legate alla guerra in Iran stanno producendo effetti sempre più evidenti sull’economia italiana, con ripercussioni che si estendono dall’industria manifatturiera fino al quadro macroeconomico complessivo. Secondo le analisi del Centro studi di Confindustria, basate su un confronto diretto con le imprese e su una lettura anticipata dei dati, il principale fattore di criticità resta il caro energia, in un contesto segnato da un peggioramento diffuso delle prospettive.
Le stime delineano scenari particolarmente complessi per il sistema produttivo. Nell’ipotesi di una conclusione del conflitto entro giugno, con un prezzo medio del petrolio attorno ai 110 dollari annui e un ritorno ai flussi commerciali precedenti alla crisi, le imprese manifatturiere italiane si troverebbero a sostenere un aggravio di circa 7 miliardi di euro l’anno in bolletta rispetto al 2025. Se invece la guerra dovesse protrarsi per tutto il 2026, con il petrolio in media a 140 dollari, il costo aggiuntivo salirebbe fino a 21 miliardi di euro, su livelli giudicati non sostenibili.
Il nodo energetico si inserisce in una situazione già strutturalmente sfavorevole. Già nel 2025, infatti, la manifattura italiana pagava una bolletta più elevata rispetto ai principali competitor europei, come Francia e Germania, con un’incidenza dei costi energetici sui costi totali cresciuta del 25% rispetto al periodo pre-Covid, passando dal 3,9% al 4,9%. Le proiezioni indicano un ulteriore peggioramento: in caso di fine del conflitto a breve, l’incidenza salirebbe al 5,9% nel 2026, mentre uno scenario prolungato porterebbe il dato al 7,6%, vicino ai livelli critici già toccati nel 2022. Una dinamica che rischia di erodere la competitività delle imprese italiane sia in Europa sia sui mercati internazionali, anche alla luce di costi energetici più contenuti in altre aree del mondo, in particolare nel continente americano.
Dall’indagine condotta tra le grandi imprese emerge un quadro di forte preoccupazione concentrato sui costi. Il 25% degli intervistati indica l’energia come principale criticità già attuale, seguito dai costi di trasporto e assicurazione e da quelli delle materie prime non energetiche. In caso di prolungamento del conflitto, l’attenzione si sposterebbe ulteriormente sulle materie prime, che diventerebbero il primo fattore di rischio, seguite dall’energia e dalla logistica. Tra le difficoltà già evidenti figurano anche gli ostacoli alle esportazioni e l’aumento del costo dei semilavorati, destinati a pesare ancora di più nel medio periodo.
Al momento, sottolineano gli economisti, le pressioni derivano soprattutto dall’aumento dei prezzi più che da reali carenze di offerta: le tensioni sui mercati delle materie prime, energetiche e non, appaiono infatti legate in larga parte a dinamiche speculative, fondate sull’attesa di una futura scarsità. Il petrolio è la commodity più colpita, con effetti immediati sui prezzi e potenziali ripercussioni sui volumi nei mesi successivi. In uno scenario di conflitto prolungato, tuttavia, cresce anche il rischio di problemi di approvvigionamento, con un aumento della quota di imprese che segnala criticità nella fornitura di materie prime e una maggiore attenzione ai possibili impatti sui siti produttivi nei Paesi del Golfo.
I segnali dello shock energetico sono già visibili nei principali indicatori. Il prezzo del petrolio resta elevato, attestandosi in aprile attorno ai 102 dollari al barile, in aumento rispetto ai 99 di marzo e ben al di sopra dei 62 registrati a dicembre, mentre il gas mostra una parziale moderazione ma su livelli comunque sostenuti rispetto ai mesi precedenti. Il rafforzamento del dollaro non sta contribuendo ad attenuare i rincari per l’Eurozona, mentre la guerra spinge al rialzo anche i tassi sovrani, invertendo la tendenza dei mesi precedenti.
L’impatto si riflette sul credito e sull’inflazione, con la Banca Centrale Europea attesa a un nuovo rialzo dei tassi a fronte dell’accelerazione dei prezzi: a marzo l’inflazione è salita al 2,5% nell’Eurozona, al 3,3% negli Stati Uniti e all’1,7% in Italia. Il costo del denaro più elevato rischia di frenare l’accesso al credito per le imprese, aggiungendo ulteriore pressione a un contesto già complesso.
Sul fronte interno, gli indicatori mostrano segnali contrastanti. Gli investimenti tengono nei primi mesi del 2026, sostenuti anche dalle risorse del Pnrr, mentre nelle costruzioni si registra un miglioramento della fiducia, trainato dalle attese sull’occupazione. Più debole invece il quadro dei consumi: la fiducia delle famiglie cala e si rafforza il rischio di un aumento del risparmio, con effetti negativi sulla spesa. Le vendite al dettaglio risultano in lieve contrazione e anche il mercato dell’auto cresce a ritmi molto contenuti.
L’industria mostra segnali di fragilità, con una produzione che fatica a recuperare i cali precedenti e aspettative in peggioramento, nonostante un Pmi ancora in area espansiva sostenuto dall’accumulo precauzionale di scorte. Anche i servizi, che avevano mostrato segnali di accelerazione a inizio anno, registrano un brusco rallentamento, con indicatori che tornano in area recessiva a causa del calo della domanda.
Sul fronte estero, l’export aveva mostrato segnali di ripresa prima del conflitto, sostenuto in particolare dal rimbalzo delle vendite verso gli Stati Uniti, ma il nuovo contesto internazionale introduce ulteriori elementi di incertezza, tra dazi e tensioni geopolitiche. Un impatto diretto della guerra è atteso su circa 22 miliardi di esportazioni verso i Paesi del Golfo e su alcune forniture critiche, come alluminio e fertilizzanti.
Nel complesso, il quadro che emerge è quello di un’economia esposta a molteplici fattori di rischio, in cui la durata del conflitto rappresenta la variabile decisiva. Le pressioni sui costi, il deterioramento della fiducia e il rialzo dei tassi stanno già incidendo sulle prospettive di crescita, mentre sullo sfondo si delineano scenari globali incerti, con segnali di sfiducia nell’Eurozona, un rallentamento della Cina e previsioni più favorevoli per gli Stati Uniti.
Gloria Giovanditti

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