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lunedì 9 Marzo, 2026
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Guerra e caro energia: il conflitto in Medio Oriente pesa sulle imprese italiane

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L’escalation del conflitto in Medio Oriente torna a preoccupare il sistema produttivo italiano, con il timore che le tensioni geopolitiche possano tradursi rapidamente in nuovi rincari energetici e in un rallentamento dell’attività economica. A lanciare l’allarme sono diverse organizzazioni imprenditoriali, che mettono in guardia dalle possibili conseguenze economiche derivanti dagli attacchi di Israele e Stati Uniti all’Iran e dal rischio di instabilità in un’area strategica per gli equilibri energetici globali.
Secondo le stime della Cgia di Mestre, l’impatto sui prezzi dell’energia potrebbe costare alle imprese italiane quasi 10 miliardi di euro in più nel 2026. In particolare, si prevedono rincari per circa 7,2 miliardi sull’elettricità e per 2,6 miliardi sul gas, pari a un incremento complessivo del 13,5%. Un aumento che rischia di pesare soprattutto sui settori più energivori e sui territori con una maggiore concentrazione industriale.
Il centro studi dell’associazione degli artigiani e delle piccole imprese di Mestre evidenzia come la Lombardia sarebbe la regione più colpita, con un incremento dei costi energetici stimato in circa 2,3 miliardi di euro. Seguono Emilia-Romagna con 1,2 miliardi, Veneto con 1,1 miliardi, Piemonte con 879 milioni e Toscana con 670 milioni. L’aumento delle bollette energetiche, spiegano gli analisti, potrebbe tradursi in un ulteriore freno alla ripresa economica, proprio mentre il sistema produttivo stava cercando di consolidare i segnali di miglioramento emersi negli ultimi mesi.
Particolarmente esposti risultano numerosi comparti produttivi. Per quanto riguarda l’elettricità, tra i settori più vulnerabili figurano la metallurgia, il commercio, l’industria alimentare, il comparto alberghiero, il trasporto e la logistica, oltre alla chimica. Sul fronte del gas, invece, i comparti maggiormente a rischio sono l’estrattivo, la lavorazione alimentare, il tessile e la cantieristica navale. L’impatto potrebbe farsi sentire anche in molti distretti industriali che rappresentano eccellenze del Made in Italy, dalle piastrelle di Sassuolo al vetro di Murano, dal tessile di Biella alla seta di Como, passando per il distretto cartario di Lucca, la calzetteria di Castel Goffredo, il riso di Pavia e i salumi di Parma e dell’Alto Adige. Tra le aree industriali più esposte figurano inoltre il polo siderurgico di Taranto, il petrolchimico di Sarroch e i poli chimici di Salerno e Brindisi.
Oltre al fronte energetico, le imprese guardano con preoccupazione anche agli effetti del conflitto sugli scambi commerciali. Confartigianato sottolinea come il Medio Oriente rappresenti un’area di grande rilevanza per l’economia italiana sia dal punto di vista delle esportazioni sia per le forniture di energia. Il centro studi dell’associazione stima che il conflitto esponga a rischio circa 27,8 miliardi di euro di export manifatturiero italiano verso i mercati mediorientali, oltre a 15,9 miliardi di import di beni energetici. Una situazione che, secondo l’associazione, mette sotto pressione la ripresa economica e rischia di incidere negativamente sugli investimenti delle imprese.
Dal punto di vista geografico, la Lombardia risulta la regione con la maggiore esposizione verso i mercati mediorientali, seguita da Toscana, Emilia-Romagna, Veneto e Friuli-Venezia Giulia. Allo stesso tempo, i dati evidenziano quanto il sistema energetico italiano resti legato alle forniture provenienti dall’area. Nel 2025 l’Italia ha infatti importato dal Medio Oriente beni energetici pari al 27,4% del totale di petrolio e gas acquistati all’estero. Una quota significativa riguarda i flussi che transitano nello stretto di Hormuz, uno dei principali snodi energetici mondiali: attraverso quell’area arrivano in Italia forniture per circa 7,6 miliardi di euro, pari al 13,1% delle importazioni nazionali, rendendo il Paese il secondo importatore europeo dopo la Francia.
Anche dal mondo della cooperazione arrivano segnali di forte preoccupazione. Il presidente di Legacoop, Simone Gamberini, parla apertamente del rischio che l’escalation geopolitica possa innescare un ulteriore rallentamento dell’economia, fino ad aprire scenari recessivi. Le tensioni sui prezzi dell’energia e delle materie prime, avverte, potrebbero riattivare dinamiche inflattive proprio mentre famiglie e imprese stavano iniziando a beneficiare di un graduale raffreddamento dei prezzi.
In questo contesto, la decisione del governo di attivare una task force per monitorare e contrastare eventuali speculazioni sui prezzi dei carburanti viene giudicata positivamente dalle imprese, ma viene anche considerata una misura insufficiente per fronteggiare gli effetti di una crisi internazionale di questa portata. Secondo Gamberini, interventi di controllo sul mercato possono contribuire a limitare le distorsioni, ma non sono in grado da soli di neutralizzare l’impatto economico di un conflitto che coinvolge uno dei principali snodi energetici e commerciali del mondo.
Gloria Giovanditti

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