Dopo cinque giorni di guerra, l’Iran sta dimostrando di saper rispondere agli attacchi di Israele e Stati Uniti. Sulla carta non c’è partita, la potenza militare e tecnologica di Washington e Tel Aviv è impareggiabile, ma Teheran, nonostante abbia perso la Guida Suprema, sembra esserne consapevole e punta tutto sugli alleati degli Usa nel Golfo.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno dichiarato di essere stati esposti a oltre 1.000 attacchi da parte dell’Iran, ma non sembrano per il momento intenzionati ad attuare una forte rappresaglia contro Teheran. Nel frattempo, i droni iraniani hanno colpito gli impianti di produzione del gas naturale liquefatto in Qatar, oltre agli impianti petroliferi in altre zone del Golfo e consolati e ambasciate statunitensi in Arabia Saudita. Tutte queste azioni da parte dei Pasdaran hanno fatto schizzare il prezzo di petrolio e gas, affossando i mercati globali. Insomma, la risposta iraniana c’è stata e si sta facendo sentire.
Teheran ormai non può più contare sulla sua marina, affondata da Trump, mentre Israele e Stati Uniti fanno quello che vogliono nei cieli iraniani. Tuttavia, l’IRGC (il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica) ha parecchi droni. Secondo quanto riporta Bloomberg, gli alleati degli Usa nel Golfo stanno avendo successo nel respingere la maggior parte degli attacchi grazie ai sistemi missilistici di difesa americani. Gli Emirati Arabi Uniti sostengono che il tasso di intercettazione dei famigerati droni d’attacco Shahed-136 è superiore al 90%.
Il problema è il costo di questa difesa: Washington e i suoi alleati stanno usando missili da 4 milioni di dollari per abbattere droni da 20.000 dollari. Teheran, dunque, sembra aver azzeccato la strategia: esaurire le risorse missilistiche del nemico con droni a basso costo. Di fatto, si tratta di una guerra di logoramento dove l’Iran potrebbe ottenere dei discreti successi. Dopo l’Ucraina, dunque, i droni confermano il loro ruolo centrale nella nuova modalità di fare guerra.





