L’economia italiana chiude il 2025 con una crescita dello 0,5% in volume, un dato che conferma un ritmo moderato e inferiore alle attese più ottimistiche. A renderlo noto è l’Istat, che aggiorna anche il quadro dei conti pubblici: il deficit si attesta al 3,1% del Pil, in miglioramento rispetto al 3,4% del 2024 ma ancora sopra la soglia del 3% indicata dal governo nelle ultime previsioni di ottobre. Il debito pubblico sale al 137,1% dal 134,7% dell’anno precedente, mentre la pressione fiscale raggiunge il 43,1%.
Il dato sul disavanzo era particolarmente atteso perché un calo sotto il 3% avrebbe consentito all’Italia di uscire con un anno di anticipo dalla procedura europea per deficit eccessivo. L’Istat precisa tuttavia che il 3,1% è un valore non definitivo e potrà essere rivisto fino alla notifica ufficiale di aprile a Bruxelles.
Dal lato macroeconomico, la crescita si regge soprattutto sulla domanda interna. Gli investimenti fissi lordi aumentano del 3,5% rispetto al 2024, mentre i consumi finali nazionali crescono dello 0,9%. Sul fronte estero, le importazioni di beni e servizi salgono del 3,6% e le esportazioni dell’1,2%. La domanda nazionale al netto delle scorte contribuisce positivamente alla dinamica del Pil per 1,5 punti percentuali, mentre l’apporto della domanda estera netta e della variazione delle scorte è negativo rispettivamente per 0,7 e 0,2 punti.
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha definito il dato “provvisorio” e ha attribuito il mancato raggiungimento della soglia del 3% al “colpo di coda del Superbonus condomini”, indicandolo come causa principale dell’andamento del deficit. Una lettura che riporta al centro del dibattito il peso delle misure edilizie sui conti pubblici e la gestione della loro contabilizzazione negli anni passati.
Di segno opposto il giudizio delle opposizioni. I parlamentari del Movimento 5 Stelle nelle commissioni Bilancio e Finanze parlano di “quadro agghiacciante”, sottolineando la crescita definita “misera”, l’aumento del debito di oltre tre punti in due anni e l’incremento della pressione fiscale. Secondo i pentastellati, l’austerità perseguita dall’esecutivo, tra tagli e misure ritenute inefficaci come Transizione 5.0 o l’Ires premiale, non avrebbe prodotto risultati sufficienti neppure sul fronte del disavanzo.
Sul quadro già fragile si innesta ora l’incertezza geopolitica legata alla crisi in Medio Oriente tra Iran, Stati Uniti e Israele. Le tensioni hanno già spinto al rialzo il prezzo del gas e gli analisti evocano il rischio di un nuovo shock energetico simile a quello del 2022, con possibili ripercussioni inflazionistiche. Un’eventuale accelerazione dei costi dell’energia potrebbe incidere ulteriormente su famiglie e imprese, comprimendo consumi e margini e rendendo più complesso il percorso di consolidamento dei conti pubblici.
Il 2025 si chiude dunque con un’economia che cresce, ma a passo lento, sostenuta in larga parte dagli investimenti e ancora esposta a vulnerabilità interne ed esterne. Il miglioramento del deficit offre un segnale positivo, ma l’aumento del debito e della pressione fiscale, insieme ai rischi geopolitici, mantengono elevato il livello di attenzione sulle prospettive del 2026 e sulla capacità dell’Italia di conciliare rigore, crescita e stabilità finanziaria.
Gloria Giovanditti





