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sabato 14 Marzo, 2026
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L’IA domina Davos: tra reskilling e timori per il futuro del lavoro

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Uno “tsunami” pronto a travolgere il mondo del lavoro, con l’intelligenza artificiale che, nella corsa alla produttività, rischia di spingere le aziende a fare di più con meno dipendenti. Oppure una rivoluzione capace di creare nuove opportunità, come ha sostenuto a Davos Jensen Huang, secondo cui, anche se alcuni posti scompariranno, altri nasceranno.
È su questa linea di faglia che si è chiuso il World Economic Forum 2026. Mentre l’attenzione mediatica restava concentrata sul ciclone Trump e sugli equilibri geopolitici globali, tra i corridoi di Davos si è imposto un tema trasversale, capace di preoccupare molti ed entusiasmare altri: l’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro.
A suggellare i lavori è arrivata la presentazione della “Reskilling Revolution”, un’iniziativa del Forum che punta a promuovere uno sforzo globale per formare fino a un miliardo di persone nelle competenze richieste dall’economia di domani. Un progetto sostenuto da grandi gruppi tecnologici come Adobe, Cisco, SAP e Salesforce, e che nasce da una consapevolezza condivisa: il futuro del lavoro non è scritto, ma dipenderà dalla capacità dei sistemi economici di accompagnare la transizione.
Per Saadia Zahidi, managing director del Wef, l’intelligenza artificiale porterà nell’economia globale “la trasformazione più significativa che si sia vista in decenni”. E proprio per questo, ha sottolineato, l’esito per i lavoratori non è predeterminato: molto dipenderà dalle opportunità di formazione e dal sostegno offerto a chi dovrà reinventare il proprio ruolo.
Dietro la spinta alla riqualificazione, però, si intravede una preoccupazione concreta. Uno dei panel di Davos era dedicato esplicitamente al rischio di una “crescita senza posti di lavoro”, partendo dalla stima secondo cui fino a 92 milioni di occupazioni potrebbero scomparire a livello globale entro il 2030. Huang, alla guida di Nvidia, ha provato a ribaltare la prospettiva, indicando nuovi bacini occupazionali nell’energia, nell’industria dei chip e nelle infrastrutture digitali, arrivando a promettere “jobs, jobs, jobs”.
Molto più prudente la lettura di Kristalina Georgieva, direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale, che ha parlato apertamente di uno tsunami sul mercato del lavoro. Nelle economie avanzate, ha spiegato, il 60% dei posti sarà influenzato dall’IA – tra ruoli potenziati, trasformati o eliminati – mentre a livello globale la quota si attesta attorno al 40%. Le conseguenze rischiano di essere profonde: i compiti più facilmente automatizzabili coincidono spesso con quelli tipici dei lavori entry-level, rendendo più difficile l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro; allo stesso tempo, i lavori non toccati dall’IA potrebbero restare tali ma essere pagati meno, comprimendo ulteriormente la classe media.
Dal fronte sindacale, Christy Hoffmann, segretaria generale di Uni Global Union, ha messo in guardia contro una narrativa della produttività che rischia di tradursi semplicemente nel fare di più con meno lavoratori, offrendo alle aziende una giustificazione tecnologica a processi di riduzione del personale già in atto. Altri interventi hanno sottolineato il rischio di un’ulteriore concentrazione del potere economico: secondo Matthew Prince, ceo di Cloudflare, l’IA potrebbe diventare così pervasiva da penalizzare le piccole imprese, soprattutto se le decisioni di acquisto dei consumatori verranno delegate sempre più ad agenti autonomi.
A Davos è emerso anche il segnale che, dopo l’IA generativa e quella cosiddetta “agentica”, il cambiamento non sarà solo economico ma culturale. Alex Karp, co-fondatore e ceo di Palantir, ha sostenuto che mestieri manuali e professionali – dal sarto all’idraulico – potrebbero acquisire maggiore valore, mentre la vera rivoluzione colpirà i colletti bianchi. In questo processo, ha detto, emergerà sempre più chiaramente chi produce valore reale e chi no, e nel giro di pochi anni il mercato del lavoro potrebbe “mettere a nudo” il contributo effettivo di ogni lavoratore.
La chiusura di Davos consegna così un messaggio ambivalente: l’intelligenza artificiale non è soltanto una promessa di crescita, né solo una minaccia occupazionale. È una forza di trasformazione che obbliga governi, imprese e società a ripensare il rapporto tra tecnologia, lavoro e valore, prima che lo tsunami annunciato diventi realtà.
Gloria Giovanditti

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