In Piemonte il mercato del lavoro sta entrando in una fase di forte trasformazione. Nei prossimi cinque anni, oltre 245.000 lavoratori raggiungeranno l’età della pensione, secondo una ricerca della Cgia di Mestre basata sui dati Unioncamere–Excelsior e Ministero del Lavoro. È come se sparisse, in un colpo solo, la forza lavoro di un’intera città di medie dimensioni. Un cambiamento che non riguarda solo i numeri: a lasciare il posto saranno figure con esperienza, competenze consolidate, spesso difficili da sostituire.
Il quadro territoriale mette in luce quanto questo ricambio possa incidere. A Torino, che da sola conta oltre 122.500 uscite, i settori più esposti sono quelli della pubblica amministrazione e dei servizi alle imprese, colonne portanti dell’economia metropolitana. In Cuneo il dato supera le 33.000 persone, e qui la sfida riguarda agricoltura, manifattura e turismo, tre comparti che reggono gran parte del tessuto produttivo locale. Alessandria si prepara a salutare 24.000 lavoratori, con possibili criticità per il commercio e la pubblica amministrazione. Nel quadrante nord-occidentale, Novara (22.100 pensionamenti) dovrà affrontare un vuoto particolarmente delicato per il comparto sanitario, proprio mentre si prepara all’avvio della nuova Città della Salute. Le province più piccole non sono esenti: Biella (12.100 uscite) e Vercelli (10.600) rischiano di vedere rallentata la filiera tessile, mentre il Verbano-Cusio-Ossola (8.700) e Asti (11.600) si troveranno a fronteggiare un calo di manodopera in turismo, edilizia e agricoltura.
Il problema, però, non si limita a sostituire chi va in pensione. Secondo lo studio, il fabbisogno complessivo di nuove assunzioni tra il 2025 e il 2029 è stimato in 262.700 unità, un numero che tiene conto non solo dei pensionamenti, ma anche delle dimissioni, dei cambi di settore e degli abbandoni. Ed è qui che entra in gioco il nodo del mismatch: in molte province piemontesi le imprese faticano già oggi a trovare operai specializzati, tecnici e profili con competenze avanzate. La disponibilità di candidati non sempre coincide con ciò che le aziende cercano. Se non verranno avviati percorsi di formazione mirati e strumenti per attrarre nuove professionalità, il rischio concreto è di trovarsi con un deficit strutturale di manodopera qualificata. Non si tratta solo di numeri, ma della capacità del Piemonte di garantire continuità produttiva, qualità nei servizi pubblici e competitività nel lungo periodo.





