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domenica 19 Aprile, 2026
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Plastica riciclata, la geopolitica cambia gli equilibri del mercato

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L’impennata del prezzo del petrolio, alimentata dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente e dalla crisi che coinvolge l’area del Golfo, sta producendo effetti immediati anche su una filiera apparentemente lontana dai fronti di guerra come quella della plastica. Quando il greggio sale, la plastica vergine diventa meno conveniente e il materiale riciclato recupera margini di competitività. È in questo quadro che, nelle ultime settimane, il comparto italiano del riciclo ha registrato segnali di risveglio. Ma sarebbe sbagliato leggere questa dinamica come l’inizio di una vera inversione di tendenza. Più che da una crescita strutturale della domanda o da nuove politiche industriali, il sollievo arriva da uno shock esterno, instabile per definizione, che sta temporaneamente modificando il rapporto di convenienza tra materia prima vergine e materia seconda.

I numeri, del resto, restituiscono con chiarezza la profondità della crisi. Gli utili del settore sono crollati da 150 milioni di euro nel 2021 a 7 milioni nel 2023, con una riduzione dell’87% in appena due esercizi. Per il 2025 le prospettive vengono descritte come prossime allo zero, un livello che fotografa non una semplice fase ciclica negativa, ma una compressione quasi totale della redditività. In altre parole, anche se il riciclato oggi torna momentaneamente più competitivo, il settore continua a muoversi su basi economiche estremamente fragili. Per chi guida un’impresa, questo è il dato decisivo: il recupero dei listini non coincide con la messa in sicurezza del business, soprattutto in un contesto in cui i margini restano esposti a volatilità energetica, pressione sui prezzi e instabilità delle forniture.

La crisi, inoltre, non è italiana ma continentale. Dal 2023 in Europa hanno chiuso circa 40 impianti e solo nel 2025 si stima una perdita di capacità produttiva vicina a 1 milione di tonnellate. Questo ridimensionamento pesa perché riduce la tenuta industriale di una filiera che dovrebbe invece rafforzarsi, se davvero l’Europa vuole centrare gli obiettivi di economia circolare e ridurre la dipendenza dalle materie prime fossili. L’Italia, che nel riciclo meccanico delle plastiche ha costruito negli anni una competenza riconosciuta, si trova così dentro una contraddizione sempre più evidente: da un lato dispone di know-how industriale, dall’altro opera in un mercato che fatica a riconoscerne il valore economico. Il risultato è un sistema che regge, ma arretra, e che fatica a trasformare la qualità tecnologica in stabilità finanziaria.

Su questa fragilità strutturale si innestano poi altre pressioni che arrivano tutte dallo scenario internazionale. I costi energetici continuano a gravare sulle imprese, mentre i dazi statunitensi hanno contribuito a deviare verso l’Europa flussi di materiale asiatico destinati in precedenza al mercato americano, intensificando la concorrenza a basso prezzo. In Italia ciò si traduce in una filiera che procede a geometria variabile: alcune aziende riescono a mantenere la produzione grazie a contratti pluriennali o ad attività integrate, altre lavorano al 50% della capacità, altre ancora al 20%, mentre per le più piccole il margine di resistenza si assottiglia. Il fatto che non si siano registrate ulteriori grandi chiusure non basta dunque a leggere il quadro in chiave rassicurante. Più correttamente, segnala che il sistema sta assorbendo la crisi, ma a costo di una forte erosione economica e con una crescente difficoltà per le realtà meno strutturate.

Per le imprese e per i loro dirigenti, il punto centrale è capire che la geopolitica non rappresenta più uno sfondo, ma una variabile industriale diretta. Oggi il rincaro del petrolio offre un vantaggio relativo al riciclato; domani un cambiamento negli equilibri internazionali potrebbe cancellarlo. Per questo la vera questione non è sfruttare il rimbalzo, ma decidere se e come investire in una filiera che resta strategica ma ancora priva di protezioni adeguate. Le richieste del settore vanno in questa direzione: certificati bianchi per valorizzare il risparmio energetico del materiale riciclato, carbon credit per il minore impatto in termini di CO2, anticipo degli obblighi europei sul contenuto di plastica riciclata negli imballaggi, controlli più rigorosi sulle importazioni non conformi. Senza strumenti di questo tipo, il comparto continuerà a dipendere dagli shock esterni per ritrovare convenienza. E per un’impresa, costruire una strategia su una crisi internazionale non è una soluzione: è il segnale che manca ancora una vera politica industriale.

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