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lunedì 30 Marzo, 2026
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Trump e la guerra all’Iran: ambiguità strategica o semplice confusione sugli obiettivi? Il Pentagono, intanto, si prepara per l’operazione di terra

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Donald Trump ha una ragionata posizione di “ambiguità strategica” sull’Iran o il presidente americano è semplicemente in preda a un randomico flusso di pensieri che alterna confusionari obiettivi di guerra a personali ambizioni? La domanda non è scontata perché dopo un mese di guerra la situazione è ancora fortemente incerta: quali sono gli obiettivi (e la correlata strategia) degli Stati Uniti nel conflitto contro l’Iran? Le ultime dichiarazioni di Trump non hanno aiutato a fare chiarezza.

“Penso che riusciremo a raggiungere un accordo, ne sono abbastanza sicuro ma è anche possibile che non accada”: così nel weekend il tycoon dall’Air Force One, mentre al Financial Times ha rivelato che Washington potrebbe “prendere il controllo” del petrolio di Teheran, un po’ come ha fatto con il Venezuela. Trump ha assicurato che gli Usa stanno negoziando con l’Iran “sia direttamente che indirettamente”, ma di fatto in Pakistan ci sono andati per ora solo Egitto, Turchia e Arabia Saudita. Nel frattempo, nel weekend Mohammad Bagher Ghalibaf, speaker del parlamento iraniano e uno dei volti più importanti del regime durante il conflitto, ha dichiarato che le forze armate iraniane “aspettano le truppe Usa”, accusando gli americani di parlare di negoziati mentre invece preparano un’invasione di terra.

Venerdì scorso, infatti, sono arrivati altri 3.500 soldati americani in Medio Oriente, di cui oltre 2.000 Marines. L’ipotesi sul tavolo della Casa Bianca non è un’invasione su larga scala come è successo con l’Iraq venticinque anni fa, ma un’operazione limitata ad alcune zone, tra cui l’isola di Kharg, punto critico della produzione di petrolio iraniano. Il Washington Post ha scritto che il Pentagono sta preparando un piano per un’operazione di terra che durerà diverse settimane e che rimane al vaglio del presidente Usa. Trump, dunque, da un lato rivendica il fatto che una specie di vittoria è già arrivata: l’inquilino della Casa Bianca ha spiegato che con la morte dell’Ayatollah Alì Khamenei e di diversi vertici dei Pasdaran di fatto Washington ha ottenuto un regime change in Iran, anche se le redini del Paese ora sono nelle mani del figlio di Alì Khamenei, Mojtaba Khamenei.

Dall’altro lato, la chiusura dello stretto di Hormuz ha fatto balzare i prezzi del petrolio e ora gli Stati Uniti rischiano una nuova fiammata inflazionistica che metterebbe nei guai i repubblicani in vista delle elezioni di midterm del prossimo novembre. Per questa ragione, la guerra non è vinta e per gli americani la riapertura dello Stretto di Hormuz rimane imprescindibile: con i negoziati o con un’escalation della guerra. Al momento, sembra più probabile la seconda ipotesi.

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