In Europa cresce il peso delle energie rinnovabili e delle tecnologie green, ma la transizione energetica sta aprendo nuovi fronti di vulnerabilità legati all’approvvigionamento delle materie prime critiche. Allo stesso tempo, non si allenta la dipendenza dell’Unione dalle importazioni energetiche, che resta elevata al 56,9% dei consumi complessivi. È il quadro che emerge dal settimo Med & Italian Energy Report, realizzato dal centro studi SRM in collaborazione con l’ESL@Energy Center Lab e presentato al Parlamento europeo, con un focus sulla sicurezza dell’approvvigionamento nel contesto della transizione euro-mediterranea.
Il rapporto evidenzia come l’Italia presenti una dipendenza energetica superiore alla media europea, pur in lieve miglioramento: la quota di energia importata è scesa dal 75% al 74%. Un segnale positivo, ma ancora insufficiente a colmare il divario strutturale con altri Paesi dell’Unione. Secondo Marco Gilli, presidente della Fondazione Compagnia di San Paolo, la crescita del territorio può essere sostenuta solo adottando una prospettiva nazionale e internazionale, perché una fondazione moderna non può prescindere dal contesto globale in cui opera.
Dal punto di vista del mix elettrico, la trasformazione è evidente. Dal 2000 a oggi l’utilizzo del carbone in Europa è crollato dal 32% all’11%, mentre la quota del gas naturale è salita dal 12% al 15%. Il cambiamento più marcato riguarda però le rinnovabili, che sono passate dal 15% al 47% del mix elettrico. L’Italia, con una quota del 49%, si colloca sopra la media europea, confermando un percorso di decarbonizzazione più avanzato rispetto ad altri Paesi membri.
Questa crescita, tuttavia, ha alimentato una domanda senza precedenti di materie prime critiche. Minerali come litio, nichel, cobalto, grafite, rame e terre rare sono diventati elementi essenziali per la produzione di veicoli elettrici, batterie, infrastrutture di rete e tecnologie verdi, con effetti significativi anche sui prezzi. In questo scenario, la Cina si conferma come il principale polo di domanda per la maggior parte di queste risorse, accentuando il rischio che la transizione energetica conduca a una sostituzione di dipendenze, più che a una loro eliminazione.
Secondo Massimo Deandreis, direttore generale di SRM, diventa quindi cruciale fornire ai decisori pubblici una mappa chiara delle catene di fornitura, per metterle in sicurezza e ridurre l’esposizione a shock geopolitici. Il messaggio che emerge dal rapporto non è quello di rallentare la transizione, ma di accompagnarla con una strategia geopolitica più consapevole. Come sottolinea Ettore Bompard, direttore scientifico dell’ESL@Energy Center Lab del Politecnico di Torino, le rinnovabili non devono essere abbandonate, ma inserite in un quadro di relazioni internazionali capace di mitigare i rischi legati all’accesso alle risorse.
Nel frattempo, il petrolio continua a mantenere un ruolo rilevante, seppur in graduale riduzione, nel mix energetico europeo, con una quota pari al 23%. Il rapporto richiama l’attenzione anche sulla geografia delle riserve globali: il Venezuela detiene il 17,5% delle riserve mondiali di petrolio accertate, superando di poco l’Arabia Saudita, ferma al 17,2%, mentre l’Iran possiede il 9,1% delle riserve e controlla il 5,2% della produzione globale. Dati che confermano come, nonostante la spinta verso le fonti rinnovabili, gli equilibri energetici restino profondamente intrecciati alle dinamiche geopolitiche e alle risorse fossili.
Il quadro che ne emerge è quello di una transizione necessaria ma complessa, in cui la sicurezza energetica non può essere data per acquisita. Ridurre le emissioni resta un obiettivo imprescindibile, ma senza una gestione strategica delle dipendenze esterne e delle catene di fornitura, il rischio è che l’Europa passi da una vulnerabilità energetica a una nuova fragilità industriale.
Gloria Giovanditti
La transizione energetica europea tra progresso e nuove dipendenze





