Tagliare i costi è tornato a essere l’imperativo categorico per i grandi costruttori automobilistici europei, stretti tra vendite in rallentamento, margini sotto pressione, concorrenza cinese sempre più aggressiva, dazi statunitensi e una transizione all’elettrico che procede con velocità diverse a seconda dei mercati. In questo contesto il Volkswagen Group ha messo in campo un piano di riduzione dei costi del 20%, come anticipato dall’amministratore delegato Oliver Blume e dal direttore finanziario Arno Antlitz in un’intervista alla rivista Manager Magazin.
L’obiettivo dichiarato è recuperare competitività e aprire una nuova fase per tutti i marchi del gruppo, da Volkswagen ad Audi, fino a Seat, Skoda e Cupra. Il programma ricalca il piano “Performance” varato nel dicembre 2023 per il solo brand Volkswagen, che puntava a risparmi per 10 miliardi di euro entro il 2026 e a una riduzione del 20% dei costi amministrativi. Ora l’intenzione è estendere un intervento analogo all’intera galassia del gruppo. I dettagli dovrebbero emergere il 10 marzo, in occasione della presentazione dei risultati di bilancio.
Secondo indiscrezioni, a metà gennaio Blume e Antlitz avrebbero illustrato un piano di risparmi “massiccio” durante una riunione riservata con i principali dirigenti a Berlino. Non sono stati chiariti i capitoli di spesa su cui si interverrà né le modalità di rafforzamento delle sinergie tra i marchi, ma tra le ipotesi circola anche quella della chiusura di alcuni stabilimenti. Un’eventualità che segnerebbe un cambio di passo rispetto all’accordo sindacale siglato a fine 2024, che escludeva esplicitamente la chiusura di impianti e prevedeva misure di competitività con un impatto socialmente sostenibile.
Il gruppo ha già avviato un piano di riduzione dei costi annunciato a inizio 2025 che prevede l’eliminazione di 35.000 posti di lavoro in Germania entro il 2030. Il nuovo intervento si inserisce in una fase complessa per il secondo costruttore automobilistico mondiale, che con meno di 9 milioni di veicoli venduti è stato nettamente superato da Toyota, ferma a 11,2 milioni.
Sul tavolo pesano sia le tensioni commerciali con gli Stati Uniti sia, soprattutto, il nodo Cina. Da un lato i marchi del gruppo subiscono in Europa l’avanzata delle case cinesi; dall’altro, la stessa Cina è diventata un mercato sempre più chiuso ai produttori occidentali. I consumatori locali privilegiano i brand nazionali e, secondo l’ultimo report di AlixPartners, la quota dei costruttori cinesi sul mercato domestico potrebbe salire al 76% entro il 2030.
Per Volkswagen si tratta di un cambio di paradigma rispetto agli anni Novanta, quando il gruppo dominava il mercato cinese grazie alla “Santana”, simbolo dell’auto del popolo in versione asiatica. Oggi i brand premium tedeschi non godono più dello stesso appeal e, in molti casi, hanno perso anche la leadership tecnologica. Il gruppo è arrivato a stringere un’alleanza con Xpeng per lo sviluppo tecnologico e segue la strategia “China for China”, con modelli progettati specificamente per il mercato locale.
Il recupero di margini e fatturato passa ora dalla ricerca di nuove sinergie interne, dall’accelerazione nello sviluppo di nuovi modelli e da un’offerta più mirata. Il gruppo sta rivedendo i piani sull’elettrico, cercando di razionalizzare le gamme e preparando il lancio di tre citycar a batteria a basso costo per contrastare l’offensiva cinese sul segmento entry level.
La sfida è duplice: difendere la posizione in Europa e riconquistare terreno in Asia, in un mercato globale che si muove sempre più velocemente e in cui la dimensione non basta più a garantire leadership
Gloria Giovanditti
Piano risparmi Volkswagen: nuova fase per i marchi nel contesto competitivo globale





