Dopo la sessione ad Abu Dhabi, ieri sono ripresi i negoziati trilaterali a porte chiuse tra Ucraina, Russia e Stati Uniti a Ginevra, ma le aspettative sono basse. Il presidente ceco recentemente ha recentemente messo le cose in chiaro: chiunque “si aspettasse un accordo a breve termine tra l’Ucraina, gli Stati europei, gli Stati Uniti e la Russia ha certamente mostrato ingenuità”, ha dichiarato Petr Pavel a un media locale.
Secondo Pavel, la questione non è l’intesa e l’allineamento tra Ucraina, Europa e Stati Uniti, nonostante la continua pressione di Washington su Kiev. Il problema è giungere ad “un accordo sui termini di un trattato di pace con la parte bellicosa, cioè la Russia”, e finora Mosca “non ha dimostrato grande volontà di negoziare e di fare compromessi”. Ucraina ed Europa, infatti, insistono sulla necessità di continuare a fare pressione soprattutto economica contro il Cremlino. Una posizione che non li rende “pro-bellum”: l’unica cosa che conta, infatti, sono le intenzioni di Putin e quello che è successo nel 2026 finora non lascia spazio a fraintendimenti.
Secondo il ministero della Difesa ucraino, le forze armate russe a gennaio hanno lanciato oltre 90 missili balistici, un record dall’inizio del conflitto. Si tratta di una vera e propria escalation che mette in luce due elementi. Da una parte, Putin ha aumentato la potenza di fuoco contro le infrastrutture ucraine in parallelo al mancato raggiungimento di successi significativi sul campo di battaglia. Dall’altra parte, i negoziatori russi si presentano davanti ai loro omologhi ucraini a Ginevra mentre i loro colleghi a Mosca continuano a mietere vittime tra i civili ucraini, un chiaro segnale su cosa si aspetta il Cremlino da questi negoziati.





