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martedì 3 Marzo, 2026
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Settimana di sensibilizzazione, ma lo spreco alimentare pesa ancora miliardi

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Il 5 febbraio si celebra la Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare, giunta alla tredicesima edizione e promossa dalla campagna pubblica Spreco Zero. In occasione della ricorrenza, l’Osservatorio Waste Watcher International ha diffuso il rapporto “Il caso Italia 2026”, che restituisce una fotografia aggiornata del fenomeno nel nostro Paese, tra segnali di miglioramento e criticità ancora strutturali.
Dai dati emerge che l’Italia ha ridotto lo spreco di cibo nell’ultimo anno, ma resta lontana dall’obiettivo fissato dall’Onu di dimezzarlo entro il 2030. Rispetto al 2025, la quantità di alimenti finiti nella spazzatura è diminuita del 10%: lo spreco settimanale pro capite è sceso di 63,9 grammi, attestandosi a 554 grammi. Un progresso che segnala una maggiore attenzione da parte dei consumatori, ma che non basta a ridimensionare l’impatto economico complessivo del fenomeno. Nelle sole abitazioni private, il valore del cibo sprecato supera ancora i 7 miliardi di euro l’anno.
Se si allarga lo sguardo all’intera filiera alimentare, le cifre diventano ancora più rilevanti. In Italia vengono sprecate complessivamente oltre 5 milioni di tonnellate di alimenti, per un valore che supera i 13,5 miliardi di euro. Di questi, 7,3 miliardi sono riconducibili allo spreco domestico, quasi 4 miliardi alla distribuzione, oltre 860 milioni all’industria e più di un miliardo alla fase agricola. Anche se il dato individuale giornaliero – circa 79 grammi a persona – può apparire contenuto, la somma degli sprechi lungo la filiera evidenzia una perdita economica e sociale ancora significativa.
Le differenze territoriali restano marcate. Nel confronto con l’anno precedente, lo spreco diminuisce al Nord, dove si attestano 516 grammi settimanali pro capite (-7%), mentre cresce al Sud, che sale a 591 grammi (+7%), e aumenta leggermente al Centro, con 570 grammi (+3%). A sprecare meno sono le famiglie con figli e i Comuni sotto i 30mila abitanti. Tra gli alimenti più frequentemente buttati figurano frutta e verdura fresche, pane, insalata e ortaggi di base come cipolle, aglio e tuberi.
Il rapporto dedica un’attenzione particolare alle differenze generazionali, che incidono in modo significativo sui comportamenti legati alla gestione del cibo. I cosiddetti Boomers, nati tra il 1946 e il 1964, risultano la generazione più attenta e strutturata: il 96% dichiara un’elevata sensibilità al tema e lo spreco settimanale si ferma a 352 grammi. È diffusa, in questa fascia d’età, la pratica di congelare gli avanzi, adottata da quasi due terzi degli intervistati. Una gestione domestica efficiente, che però tende a rimanere confinata all’ambito familiare.
All’estremo opposto si colloca la Generazione Z, composta dai nati tra il 1997 e il 2012. Qui lo spreco sale a 799 grammi settimanali pro capite. Si tratta di una generazione consapevole del problema e spesso autocritica, ma meno organizzata sul piano pratico: la pianificazione degli acquisti è più debole, così come l’abitudine a recuperare e rigenerare gli avanzi. Solo il 49% congela il cibo avanzato. Al tempo stesso, però, la Generazione Z dispone di un capitale decisivo rappresentato dalla familiarità con gli strumenti digitali e dalla propensione alla condivisione, elementi che potrebbero diventare centrali nella diffusione di soluzioni tecnologiche contro lo spreco.
In una posizione intermedia si collocano Millennials e Generazione X, che mostrano una buona consapevolezza del problema e competenze organizzative più solide rispetto ai più giovani, ma faticano a rendere stabili nel tempo le buone pratiche, come invece avviene per i Boomers. Secondo il direttore scientifico dell’Osservatorio, Andrea Segrè, la chiave per ridurre drasticamente lo spreco alimentare passa da una collaborazione intergenerazionale, in cui l’esperienza dei più anziani si integri con la capacità dei più giovani di tradurre il sapere pratico in nuovi linguaggi e strumenti digitali.
Accanto al tema dello spreco, il rapporto segnala un aumento dell’insicurezza alimentare, intesa come difficoltà di accesso a cibo sufficiente, sicuro e nutriente. Nel 2026 l’indice che misura questo fenomeno sale a 14,36, in aumento di mezzo punto rispetto al 2025, confermandosi un problema strutturale. L’incremento è particolarmente marcato nel Mezzogiorno, dove cresce del 28%, e tra i giovani della Generazione Z, per i quali l’aumento raggiunge il 50%.
Emergono infine segnali positivi dal settore della ristorazione, dove si registra un cambiamento nelle abitudini sociali. Dal monitoraggio condotto in collaborazione con Confcommercio e FIPE risulta che otto italiani su dieci non sprecano il cibo al ristorante, perché lo consumano interamente o lo portano a casa. Il contenitore per il recupero degli avanzi viene ormai offerto al 93% dei clienti e non è più percepito come motivo di imbarazzo, segno di una normalizzazione di comportamenti più responsabili anche fuori dalle mura domestiche.
Il quadro che emerge dal rapporto mostra dunque un Paese più consapevole, ma ancora distante dagli obiettivi internazionali. Ridurre lo spreco alimentare resta una sfida che intreccia cultura, organizzazione quotidiana, innovazione tecnologica e giustizia sociale, in un contesto in cui il cibo continua a essere sprecato mentre cresce, parallelamente, l’insicurezza alimentare.
Gloria Giovanditti

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