back to top
martedì 3 Marzo, 2026
Sign In
spot_img
spot_img

Draghi avverte l’Europa: senza autonomia produttiva le imprese pagheranno il prezzo

spot_img

I più letti

L’Europa rischia di restare schiacciata tra le grandi potenze globali, con un’economia sempre più dipendente e una base industriale indebolita. È l’avvertimento lanciato da Mario Draghi a Lovanio, in Belgio, intervenendo durante la cerimonia in cui l’Università Cattolica della città gli ha conferito un dottorato honoris causa. Un contesto accademico, ma tutt’altro che astratto: Draghi ha scelto proprio questa occasione per parlare del futuro politico ed economico dell’Unione europea, mettendo al centro produttività, autonomia e capacità di azione comune.

Nel suo intervento, l’ex presidente della Bce ha spiegato che l’ordine globale che ha sostenuto la crescita degli ultimi decenni non è fallito perché fondato su un’illusione, ma perché incapace di correggere le proprie distorsioni. Il problema, oggi, non è solo la fine di quell’equilibrio, ma ciò che lo sta sostituendo: un mondo in cui Stati Uniti e Cina agiscono apertamente in funzione dei propri interessi strategici. In questo scenario, un’Europa che resta soltanto un grande mercato rischia di subire le decisioni altrui, con conseguenze dirette sulla competitività delle imprese e sulla tenuta del sistema industriale.

Draghi ha ricordato che l’Unione europea è rispettata come potenza quando agisce in modo federale. È accaduto sul commercio, sulla concorrenza, sul mercato unico e sulla politica monetaria: ambiti che hanno garantito stabilità, regole comuni e forza negoziale. Per le imprese, questo si traduce in condizioni più prevedibili per investimenti e crescita. Al contrario, dove l’Europa resta frammentata – dalla politica industriale alla difesa – viene percepita come un insieme di Stati medi, facilmente divisibili e quindi più vulnerabili alle pressioni esterne.

Il punto centrale del discorso di Lovanio riguarda l’autonomia strategica. Un’Europa unificata sul commercio ma divisa sulla sicurezza economica e industriale rischia di vedere il proprio potere produttivo sfruttato a scapito delle proprie dipendenze. Da qui la proposta del “federalismo pragmatico”: costruire integrazione concreta attraverso coalizioni di Paesi disposti ad agire subito su progetti e settori chiave, senza restare paralizzati dall’unanimità.

Il modello evocato è quello dell’euro: chi era pronto ad andare avanti lo ha fatto, creando istituzioni comuni e una solidarietà nata dalle decisioni condivise. Per il tessuto produttivo italiano, il messaggio è diretto: più integrazione europea significa più capacità di difendere industria, filiere e innovazione. In un contesto globale sempre più competitivo, l’alternativa è restare esposti alle scelte degli altri.

- Advertisement -spot_img

Altri articoli

- Advertisement -spot_img

Articoli recenti