All’apertura del World Economic Forum di Davos, il quadro che emerge è quello di un’economia globale entrata in una fase di transizione instabile, in cui crescita, sicurezza e geopolitica risultano sempre più interdipendenti. L’edizione di quest’anno si svolge in un contesto segnato da conflitti irrisolti, da un rallentamento disomogeneo delle economie avanzate e da una progressiva frammentazione delle relazioni internazionali, che mette in discussione alcuni dei pilastri su cui si è retto l’ordine economico degli ultimi decenni.
Il clima che si respira sulle Alpi svizzere è meno fiducioso rispetto al passato. La globalizzazione, pur non arrestata, appare profondamente ristrutturata. Catene del valore accorciate, politiche industriali più interventiste e una crescente attenzione alla sicurezza degli approvvigionamenti stanno ridefinendo le strategie di governi e imprese. In questo scenario, l’economia diventa sempre più uno strumento di competizione strategica, attraverso dazi, sussidi, restrizioni tecnologiche e controllo degli investimenti esteri, con effetti diretti sulla crescita e sugli equilibri commerciali.
Il Forum individua nello scontro geoeconomico uno dei principali rischi nel breve periodo. Le tensioni tra grandi aree economiche non si limitano più al commercio, ma si estendono alla tecnologia, all’energia e alle materie prime critiche. Il risultato è un sistema globale meno efficiente, ma percepito come più sicuro dalle principali potenze, mentre i Paesi a economia più aperta si trovano a dover ricalibrare le proprie strategie per evitare marginalizzazioni.
Accanto alle dinamiche geopolitiche, a Davos trova spazio anche una riflessione sulle fragilità interne alle economie avanzate. La polarizzazione sociale, alimentata da disuguaglianze persistenti e da una diffusa incertezza sul futuro del lavoro, rappresenta un fattore di rischio che incide sulla stabilità politica e sulla capacità di attuare riforme strutturali. L’avanzata dell’intelligenza artificiale e dell’automazione promette guadagni di produttività, ma solleva interrogativi sulla distribuzione dei benefici e sulla tenuta dei sistemi di welfare, temi centrali per la sostenibilità della crescita nel medio periodo.
Sul piano macroeconomico, il cambiamento climatico resta una variabile di fondo destinata a influenzare politiche fiscali, investimenti e strategie industriali. Eventi estremi, transizione energetica e costi dell’adattamento climatico si intrecciano con la necessità di contenere il debito pubblico e sostenere la competitività. Il Forum sottolinea come la sfida non sia più solo ambientale, ma eminentemente economica, richiedendo coordinamento internazionale in un momento in cui la cooperazione appare sempre più fragile.
Davos si conferma così come uno spazio di confronto, ma anche di tensione, tra due visioni del futuro: da un lato la spinta verso un’economia più frammentata e difensiva, dall’altro la consapevolezza che problemi sistemici – dalla stabilità finanziaria al clima – difficilmente possono essere affrontati in modo isolato. Il nodo centrale resta la capacità delle élite politiche ed economiche di governare questa transizione, evitando che la competizione strategica degeneri in un fattore permanente di instabilità.
Il Forum non offre soluzioni immediate, ma restituisce una fotografia nitida di un mondo in cui l’economia globale non è più soltanto una questione di crescita, bensì di equilibrio tra sicurezza, sostenibilità e coesione sociale. Una sfida che, come emerge dal dibattito di Davos, definirà non solo le politiche economiche dei prossimi anni, ma anche la traiettoria del sistema internazionale nel suo complesso.
Gloria Giovanditti
World Economic Forum, tra geoeconomia e instabilità: le priorità del 2026





